#Cannes2016 – Money Monster, di Jodie Foster

“Interrompi la trasmissione”, dice Patty Fenn, “Riaccendete le videocamere”, urla Kyle Budwell, il forsennato. La regista ha pensato, per un istante, di spegnere le luci: l’invasione di campo del reale, della vita “vera” è stato troppo improvviso e violento. Ma, di fronte alle proteste dell’assalitore, non può che prendere atto del punto in cui si è arrivati. Definitivamente. Non c’è più differenza tra lo spettacolo e il mondo. Vivono in simbiosi, come se l’uno fosse il prolungamento dell’altro, una specie di amplificatore. O forse, addirittura, il mondo non può darsi senza spettacolo, quasi che ormai ne fosse l’unica forma di racconto possibile, l’unica storia.

 

Siamo in diretta su Money Monster, il format di successo sul mondo di Wall Street condotto da un travolgente Lee Gates, che, tra gag, balletti e analisi puntuali, prova a spiegare allo spettatore medio i segreti dell’alta finanza. Finché il giovane Kyle, che ha perso tutti i suoi soldi in borsa dopo aver seguito un consiglio di Gates, riesce a entrare in trasmissione con una pistola e una giubbotto imbottito di esplosivo. Da quel momento si apre una partita ad alta tensione, tra Gates, Kyle, Patty Fenn, la regista dello show, le forze dell’ordine e i dirigenti dell’azienda colpevole di aver provocato una grave perdita di mercato, con oltre 800 milioni di dollari bruciati.

Jodie Foster tiene insieme tutte le traiettorie della sceneggiatura di Jamie Linden, Alan Difiore, Jim Kouf. Un gesto disperato di un pomeriggio da cani, che si apre su inaspettate prospettive da action hongkonghese, come se ci trovassimo in una nuova versione del Breaking News di Johnnie To. E proprio come nel delirante incastro del film di To, anche qui il ruolo determinante spetta alle immagini.

 

Money-MonsterEcco, nel momento in cui Party Fenn capisce che lo spettacolo deve andare avanti, che andrebbe comunque davanti, anche senza di lei, tanto vale la pena dirigerlo, farlo andare per il verso giusto. È lì il momento centrale del film, quello in cui dice a Lenny, il cameraman, di avvicinarsi a Kyle, perché c’è un’ombra nell’inquadratura che le dà fastidio – e quell’ombra è anche metaforica del suo desiderio di far luce sulle zone oscure degli affari sporchi.

Ecco, se ai personaggi interpretati da George Clooney e Jack O’ Connell spetta il compito di dar linfa e sangue al cuore di Money Monster, al punto che i due creeranno un’alleanza inaspettata, tutta di sentimento, il vero volto del film, la sua anima morale, secondo la declinazione della Foster, è Julia Roberts/Patty Fenn, che prova a raddrizzare per un attimo la direzione impazzita di un’onnipotenza spettacolare ormai perfettamente orizzontale. Del resto lei sa bene che nessuno fa più giornalismo, che non sono più i media o gli uffici stampa a regolare il flusso delle notizie, che persino la Tv è stata imbrigliata nella rete e che le immagini si diffondono secondo un’incontrollata proliferazione virale, spaventosa quasi quanto il cinismo degli speculatori e dei finanzieri. Non c’è più rispetto per niente, figuriamoci per la tragedia di un uomo qualunque. E tutto appare irrimediabilmente finto, posticcio come i balletti di Gates, le bugie di Walt Camby, lo stesso giubbotto di Kyle. Tutto quello che accade, passa, circola è immateriale, come il denaro. Ma la ricaduta è grave, pesante, concreta, come il pugno allo stomaco di una donna che ti augura di morire e andare al diavolo “davanti a tutti”. Eppure ogni vaccino parte da un virus, ogni anticorpo nasce da un batterio. Che non si possa trovare proprio tra le maglie della rete, nell’intricato viluppo delle connessioni, il segreto della verità? Che non si possa, tra milioni di immagini, rubare l’unica necessaria, inequivocabile? Per poi tacere, stavolta per davvero, davanti all’irreparabile. È una speranza, un tentativo che assomiglia a un residuo di umanità. Anche se quando la televisione si spegne, si torna a giocare a biliardino, come se nulla fosse successo. Del resto è solo spettacolo.