“Chernobyl Diaries – La mutazione”, di Bradley Parker

Oren Peli è un fenomeno che può già permettersi di giocare con i segni di riconoscimento del proprio cinema dopo soli cinque anni di distanza dall'esordio, e un solo film diretto di persona (il secondo, Area 51, è in arrivo). Sta forse qui la cifra più spielberghiana dell'autore, ennesimo pupillo della scuderia del cineasta di War Horse: la serie tv prodotta in coppia dai due, The River, metteva in campo una serie di rimandi espliciti al cinema di Spielberg immersi in una cornice figlia del found footage riportato al successo da Peli – e il risultato era una sorta di cortocircuito che assumeva un fascino raddoppiato se seguito sui canali satellitari, perché le puntate parevano confondersi con uno qualunque dei documentari seriali in stile survival che abbondano nella programmazione di reti come Discovery o NatGeo.
Stavolta Peli, sempre solo producer e screenwriter, butta dentro il reattore nucleare un paio di suggestioni sparse, e alla fine quello che viene a mancare è proprio l'incubo atomico, giusto sfiorato nel frammento finale notturno che si svolge proprio sotto uno dei minacciosi cilindri di cemento della centrale di Chernobyl: peccato, perché tra il prologo di Transformers 3 e un piccolo b-movie come Universal Soldier: Regeneration parevano maturi i tempi per iniziare ad inglobare la catastrofe del 1986 tra i materiali di Storia e memoria popolare finalmente rimasticati dal cinema di genere (con buona pace delle assurde accuse a priori fatte a Chernobyl Diaries di “giocare” con leggerezza su un disastro simile).

Da un lato il film tira fuori una sezione centrale di claustrofobica immobilità forzata che pare riallacciarsi al filone dei vari Frozen o Buried, con meno efficacia: bloccati in un furgone manomesso che non vuole saperne di ripartire, in piena notte, il giovane gruppo di protagonisti è preda degli assalti degli animali famelici e degli esseri mutati mostruosamente per via delle radiazioni, che abitano il paesino attiguo alla centrale nucleare di Chernobyl, apparentemente abbandonato. A questo frammento segue un'ultima mezz'ora ancora meno riuscita che replica, recuperandone apertamente l'immaginario di porte e lucchetti, torce e armi da recuperare e ricaricare lungo il cammino, l'atmosfera di celebri videogame truculenti al buio in città e palazzi evacuati come Silent Hill o soprattutto ObsCure: forse Chernobyl Diares era un film da affidare a uno come Uwe Boll.

Ma allora, dov'è Oren Peli? Il momento migliore del film è subito dopo i titoli di testa, nuovo filmino amatoriale di viaggi goliardici in giro per l'Europa (tra l'altro subito “tradito” dall'innesto di musiche chiaramente extradiegetiche, che svelano l'impalcatura del meccanismo, un po' come fa un altro found footage falsato come Project X): ad un certo punto la ripresa che stiamo vedendo si trasforma nello schermetto di un'i-pad, e l'obiettivo si allontana mostrandoci i protagonisti che stanno guardando il video. Da lì in poi il film assumerà delle prospettive “canoniche”, lontane dall'estetica dell'handycam movie, come se Peli avesse voluto ingannare lo spettatore lasciandogli intendere un nuovo esperimento nella consueta direzione, subito abbandonato per delle riprese “classiche” e professionali. E però per la prima manciata di minuti l'effetto è di totale spaesamento, la caduta del punto di vista (come la chiamerebbe Bonitzer) produce una confusione assoluta: chi sta riprendendo ora? chi è l'operatore? un personaggio esterno alla vicenda, oppure siamo improvvisamente ripiombati nella cara vecchia convenzione per cui i personaggi non dovrebbero notare di essere in un film? L'ipotesi giusta è la seconda. Fine dei giochi: l'operatore non esiste. Oren Peli, forse, non esiste. Oren Peli è una leggenda metropolitana.

Titolo originale: Chernobyl Diaries
Regia: Bradley Parker
Interpreti: Ingrid Bolsø Berdal, Dimitri Diatchenko, Olivia Dudley, Jesse McCartney, Devin Kelley, Nathan Phillips, Jonathan Sadowski
Origine: USA, 2012
Distribuzione: M2 Pictures
Durata: 90'

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