Chiamatemi Francesco. Il papa della gente, di Daniele Luchetti

Si, c’è un debole per il cinema di Daniele Luchetti. Soprattutto la parte recente della sua filmografia, quella di Mio fratello è figlio unico e La nostra vita. Perché è un cinema che tira fuori il meglio dagli attori, che si sofferma sulla malinconia della quotidianità dove dietro il realismo si intravedono i sogni. E proprio su un sogno si regge Chiamatemi Francesco. Il Papa della gente. Non quello di arrivare al Pontificato ma proprio mantenere la sua identità anche nelle situazioni più complicate in cui si viene a trovare. L’operazione è ad alto tasso di rischio tanto è vero che viene da pensare a quel rischio di statica illustratività di I piccoli maestri.

rodrigo de la serna in Chiamatemi FrancescoPoi c’è una figura come Jorge Bergoglio, seguita dagli anni giovanili nella Buenos Aires del 1960. Lui, peronista, con una fidanzata, è legatissimo alla sua professoressa di chimica, Esther Balarino, a cui rimarrà legato per tutta la vita. Poco più che ventenne, la vocazione lo porta ad entrare nell’ordine dei Gesuiti. Si seguono le fasi della sua vita, dove una parte consistente è dedicata alla dittatura militare. Poi diventa Arcivescovo di Buenos Aires dove aiuterà gli abitante delle periferie e infine diventa Papa nel 2013.

Un percorso adatto anche per un format televisivo (saranno trasmesse 4 puntate da 50 minuti l’una), con due attori (Rosario de la Serna e Sergio Hernández, con il secondo decisamente più convincente del primo) che interpretano Papa Francesco. Perché il film (ri)sente del suo doppio formato, ha una dualità di un film fatto su commissione di cui a tratti Luchetti se ne appropria. Dall’altra parte c’è Pietro Valsecchi, che si fa artefice di un cinema/tv a largo respiro, in un ritratto dove c’è una posizione precisa (soprattutto per quanto riguarda il rapporto di Bergoglio con la dittatura) e che sembra quasi essere pronto per l’anno del Giubileo.

Chiamatemi FrancescoForse bisogna girare attorno al tracciato monocorde biopic, quello che invece mancava e rendeva vitale un altro film su un Papa, E venne un uomo (1965) di Ermanno Olmi dedicato alla figura di Giovanni XXIII. E rintracciare gli improvvisi sussulti. E il film diventa più forte proprio quando può uscire fuori dal personaggio con la rappresentazione della dittatura argentina (auto mandate fuori strada, seminaristi fatti uscire mezzi nudi, la soggettiva delle persone torturate e bendate, i prigionieri buttati giù da un aereo) oppure quando si può vedere la sua vita come un racconto al passato di Bergoglio che, vicino al soglio Pontificio, ripercorre a Roma i momenti salienti della sua vita. Quindi il lungo flashback come quello di un cinema raccontato in prima persona, dove però l’adesione emotiva è intermittente. La mano di Luchetti si vede nella rappresentazione delle stanze del potere: il governo militare, la Chiesa come la politica ne Il portaborse. E risultano coinvolgenti le scene d’azione come il tentato sgombero del quartiere. Però gli manca quell’urlo liberatorio, quello che possedeva il finale dell’unico film riuscito di Faenza, Sostiene Pereira. E non si avvete neanche quella transitorietà nel presente, anche in un racconto al passato verso il presente di The Queen di Frears. Da una sfida complicata il cinema di Luchetti riesce in qualche modo a difendersi. Forse, in questo contesto, era il massimo che poteva fare.

 

 

Regia: Daniele Luchetti

Interpreti: Rodrigo De la Serna, Sergio Hernández, Muriel Santa Ana, José Ángel Egido, Alex Brendemühl, Mercedes Morán, Pompeyo Audivert, Paula Baldini

Distribuzione: Medusa

Durata: 94’

Origine: Italia, 2015