#CinemaRitrovato2019 – Musidora e le altre: icone femminili dal muto al Cinemascope

Dalla deflagrazione del caso Weinstein e le conseguenti battaglie per una condizione paritaria delle donne nel mondo del cinema (e non solo), i media hanno iniziato, volenti o nolenti, un lungo percorso di auto-analisi sulla loro proposta culturale. Sono crollate teste, alcune giustamente, altre sacrificate in un furore giacobino senza sfumature. Ma soprattutto, le riflessioni su fenomeni come il white washing, gli stereotipi razziali, sessuali, culturali, che per anni sono stati passivamente accettati in quanto norma, hanno iniziato a influenzare prepotentemente la scrittura e la messa in scena dei prodotti audiovisivi degli ultimi anni. Non solo al di fuori dello schermo, con un impegno per la parità di compensi e un rispetto della persona, ma nelle trame, nelle presenze tra autori/autrici nei festival per colmare quell’incredibile rapporto 70-30 % sbilanciato in favore degli uomini.

Ora, tutto questo sugli schermi del Cinema Ritrovato bolognese chiaramente non c’è. Torniamo invece agli anni “del patriarcato”, di un immaginario forgiato dallo sguardo maschile che ha però sfornato indiscutibili capolavori. Ma se il nostro sguardo è irrimediabilmente cambiato, se ci fanno appena rabbrividire i Pinkie e i Trooper, felici servitori di padroni bianchi, pronti ad annodar loro una cravatta come ad allevarne i figli, la questione sul femminile è più complessa.

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Basta guardare l’eroina a cui è dedicata un’intera sezione, per rendersene conto: Musidora nei primi anni del Ventesimo secolo è già il simbolo di una femminilità perturbante, sfuggente, tanto da incarnare alla perfezione la metafora dell’immagine cinematografica. Figlia di una fervente femminista, dà vita a quella prima potente icona femminile che è la Irma Vep dei Vampires di Feuillade per poi sottrarsi “all’egemonia dello sguardo maschile” e diventare autrice e regista di cinema e teatro.

Ma anche senza necessariamente guardare all’esperienza della musa dei surrealisti, anche il cinema americano ed europeo ci raccontano personaggi femminili che tutto sembrano fuorché schiacciati dalla presenza maschile.

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Persino Quick millions, anomalo gangster movie della Fox, che mostra la fulminea ascesa ai vertici della malavita organizzata di un giovane Spencer Tracy, sembra riproporre una dicotomia tra ragazza perduta e giovane ingenua ereditiera per poi ribaltarne i ruoli, in una prospettiva sempre mobile e nient’affatto scontata. In un film che fa dell’ellissi la sua cifra stilistica – come la sequenza dell’ingrandimento del giro d’affari del protagonista, raccontata in un susseguirsi di targhe automobilistiche anno dopo anno – anche la violenza perpetrata da Tracey sull’ex fidanzata è fuori campo: vediamo soltanto la ragazza a terra toccarsi il volto impaurita mentre l’uomo conferma per telefono alla nuova fiamma che potrà andare con lei alle corse dei cavalli, essendosi “appena liberato da un impegno”.

Ma questo manifesto atto di machismo, in linea con il genere, non trova invece riscontro nelle tante pellicole della rassegna: né nelle donne di Henry King, protagonista di una doverosa retrospettiva che aiuta a (ri)scoprire un autore troppo poco celebrato e invece capace di attraversare i decenni, dal cinema muto al Cinemascope degli anni Cinquanta, con assoluta fluidità, padroneggiando i generi con la leggerezza e la naturalezza che solo certi “artigiani” del classico sembrano possedere. Né tantomeno nelle protagoniste del cinema francese, dalle vitali e libere cocotte di Max Ophüls in Il piacere, rivisto in Piazza Maggiore per l’omaggio a Jean Gabin, alle contadine del Toni di Jean Renoir, pellicola che fonde l’esperienza del Realismo poetico francese guardando già al Neorealismo, rivelando tutta l’influenza del cineasta francese sul primo Visconti di Ossessione.

Le donne di Henry King sono indubbiamente il cuore delle sue pellicole: anche all’interno di generi maschili come il western è attorno a loro che ruota la parabola del protagonista. In Wait till the Sun Shines, Nellie, la giovane moglie del barbiere dal velvet touch, Benjamin Parlor, con la sua frenetica attrazione per la grande città, rappresenta l’impazienza della generazione di mezzo, che non appartiene né a quella del marito, portatore di valori domestici e patriottici – rimarrà dal suo piccolo avamposto di provincia un osservatore delle grandi trasformazioni del Paese, dalle strade di fango alle parate sulla Main Street – né a quella dei figli che, malgrado gli auguri paterni, sembrano già distruggere l’eredità lasciata loro in consegna.

Fresca sposa e poi madre di due bambini, Nellie viene punita dal destino per la sua civetteria, per la ricerca di qualcosa di più, al di là della staccionata domestica.

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Eppure il film non la demonizza affatto, anzi, ne sottolinea le ragioni, mostrandola, attraverso le conquiste sociali raggiunte dalla figlia e dalla nuora negli anni a venire, come una femminista ante litteram.
E poi c’è la Zee di Jesse James, che orchestra da vera director nascita e fine del mito del più famoso bandito americano. È lei a suggerirgli di darsi alla macchia, lei a indicargli quando smettere, richiamandolo alla civilization dopo la fuga nella wilderness. In una pellicola che avanza – avrebbe detto Truffaut, come un treno (rapinato!) nella notte – Zee è il centro attorno a cui King lascia ruotare tonalità e atmosfere, cedendo di volta alla commedia, con i siparietti degli editoriali del vecchio zio, al mélo più puro, del resto già affrontato nel ’25 con Stella Dallas, prima versione muta del testo reso poi celebre da King Vidor nel ’37 con un’incredibile performance di Barbara Stanwyck.

Ecco allora l’interrogativo di fronte a questi personaggi così forti, così consapevoli. Padrone del loro destino anche in noir tesi e inclini alla violenza, come Crime Wave (Città spenta, 1954) di André De Toth e The Devil Thumbs a Ride (1947), passato nella mini retrospettiva dedicata a Felix E. Feist, queste donne del Cinema Ritrovato ci fanno inevitabilmente chiedere se sotto lo “sguardo del patriarcato” i personaggi femminili fossero poi così objectified. Di fronte a certe produzioni contemporanee, con messaggi da pari opportunità gridati e standardizzati, viene da pensare alla massima di Orson Welles nel Terzo Uomo: “In Italia sotto i Borgia, per trent’anni, hanno avuto assassinii, guerre, terrore e massacri, ma hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e democrazia, e che cos’hanno prodotto? Gli orologi a cucù”.