CINEMONDO 2013 – Le thé ou L’electricité, di Jérôme le Maire

Le the ou l'électricité/Il tè o l'elettricità
Un villaggio tra i pendii scoscesi dell'Anti Atlas privo di arterie respira a stento e il suo tempo corre a rilento. E' rinchiuso nel passato ma i tempi sono maturi perchè i suoi abitanti avvertano la necessità dell'innovazione: l'energia elettrica è fondamentale per uscire dalla sopravvivenza. Il documentario segue per tre anni il passare sempre uguale delle stagioni, fino a che le immagini si propagano dalla prima televisone accesa, che diventa finestra spalancata sul mondo in un'araba primavera

Le the ou l'électricité/Il tè o l'elettricità

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IL NUOVO SENTIERISELVAGGI21ST #9


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“La strada è come un’arteria che porta sangue al cuore”.

 

 

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Ifri, 2600 metri sul livello del mare. Cuore del Marocco che richiede sangue per sopravvivere. Villaggio privo di arterie respira a stento e il suo tempo corre lento. Una località fuori dal mondo perchè facciamo fatica a vedere corrispondenza temporale tra la frenesia furiosa delle nostre geografie e la lentezza pacata di qui. Eppure Ifri c’è ora ed è di carne ed ossa. La carne è la terra rossa, rocciosa e brulla, intervallata dai terrazzamenti.

 

Le ossa sono le case strette le une sulle altre per darsi sostegno ed addensate per bene dalla confomazione dello scheletro: i pendii scoscesi dell’Alto Atlante. Il cuore potrebbe fermarsi se il sangue non dovesse giungere per tempo. Ma il liquido è periferico, sta in città, è l’elettricità e non può essere convogliato al centro se mancano le arterie-strade.

Ifri è il passato che necessità della modernità per creare le basi delle future generazioni. Ciò significa emergere dalla sopravvivenza, incontrare i rappresentanti della società elettrica, vuole dire accordarsi con loro perchè la Luce possa arrivare. Per tre anni la società costruirà la rete e gli uomini del villaggio le strade per agevolare tutti, mentre il governo resta confinato nelle soffitte della capitale dove mangia e beve e non riesce e determinare.

Il documentario scorre a rilento seguendo i tempi dilatati nello spazio intorno a Ifri, mostratoci con lente grandangolare (che spesso sgrana le figure in medio piano). Da acqua intrappolata nei ghiacci d’inverno, mentre i tetti delle case vengono liberati dal peso del ghiaccio per evitare che collassino, diventa, con lo scioglimento primaverile, torrente che irriga piccoli metri quadri intorno le sue sponde. Passano immobili le stagioni, si ripetono i funerali per coloro che sono ‘morti di freddo’, l’al-f?ti?a/preghiera, che qui scandisce il tempo come orologio e gli uomini come burattini inginocchiati verso la Mecca, resta illesa da millenni.

La necessità porta il cambiamento. La terza primavera è mobile perchè l’elettricità è finalmente arrivata. Così anche gli uomini radicati nelle posizioni più duramente ‘arcaiche’ non possono negare che “elettricità ti aiuterà a crescere i bambini che saranno più coscienti e smetteranno di rompere le cose”, come dice la società elettrica ad Hamed. Ed i grandi si ritrovano a disgregare l’attenzione per la preghiera. Tornano incoscienti, abbagliati dalla luce di una lampadina. I loro occhi ora sono lucidi, altri lacrimano fiumi, gli sguardi sono incantati come le bocche penzoloni dei bambini che cercano di mangiare tutto quello di cui hanno digiunato: immagini in movimento di una televisione accesa nel ‘deserto’ rosso di pietre di Ifri. Immagini/finestra sul mondo in un’ araba primavera.

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