City Hall, di Frederick Wiseman

Ad un certo punto dell’immersione in una visione wisemaniana si disvela puntualmente un’epifania, un istante in cui la struttura nascosta che regge il flusso di raccolta e dialogo tra le immagini e le parole esplicita improvvisamente (suppongo che per ogni spettatore accada in momenti diversi all’interno della progressione dei vari doc dell’autore…) il proprio filo rosso sottotraccia: da quel minuto in poi, tutto il film assume un’armonia miracolosa, una luce nuova, un senso che si rinnova ad ogni establishing shot e ad ognuna delle situazioni che attraversa, e per quanti Wiseman puoi aver visto nella tua vita, ogni volta che accade è come la prima, ed è come assistere al cinema nell’istante stesso del suo farsi, della sua scoperta – “essere coinvolti come parte attiva di un pensiero in divenire”, come scriveva con lucidità Pietro Masciullo sul precedente Monrovia, Indiana.

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Nel caso di City Hall, il concetto-chiave non è “resilienza”, parola che il sindaco di Boston ripete ad ogni discorso tra i tanti che gli sentiamo fare nel film, quanto “trauma”. La capitale del Massachussets per Wiseman è la città nata dal Boston Tea Party e squarciata recentemente dall’attentato della maratona del 2013 (due momenti esplicitamente ricordati nel film), abituata a sopravvivere a traumi interni, nazionali e anche dal fronte, e a farli diventare parte delle proprie strade e delle proprie mura. Ed ecco che le attività della city hall bostoniana diventano così per il regista uno scavo nelle mille declinazioni del trauma e del suo trattamento: dai meeting dei veterani di guerra fino all’ennesima, estenuante, incastrata assemblea pubblica sull’apertura di uno store di cannabis legale, ogni cosa sembra parlare tra le righe dei traumi della città e della propria popolazione, anche i convegni con mitragliate di numeri e grafici delle slide, o le semplici contestazioni delle multe, che nascondono le storie di chi ha parcheggiato davanti ad un idrante (“ero appena diventato padre!”).

Si parla di povertà, di questioni di race e gender, di gentrificazione e forze di polizia, a metà tra uno dei film più centrali dell’ultimo Wiseman, In Jackson Heights, e uno dei suoi più alti capolavori filosofici, Belfast, Maine: ogni decisione che questi uomini devono prendere porta con sé un racconto grande quanto tutta la storia della città, anche la visita a casa di un uomo che ha un’infestazione di topi.
Per Wiseman da sempre il cinema non può risolvere questi traumi né procurarli, ma vivere nella zona stessa della frattura, dentro la crepa istituzionale, e soprattutto al centro dello spazio comunitario che tenta disperatamente di richiuderla: è vero che, come nel precedente, in queste ultime opere, che testimoniano tutte di un periodo di nitore stupefacente nel 90enne autore (difficile prescindere da Ex Libris per tracciare l’ultimo decennio…), Wiseman sembra più volte quasi sogghignare di alcune figure inserite nel film, volto di una certa America attaccata alla zona più grossolana della propria mitologia e dei propri rituali (quell’inno intonato nel finale…). Ma la sistematizzazione delle forme e dei meccanismi documentaristici ancora una volta vuole affrontare la sfida impossibile del restituire la vita anche agli scaffali di frutta irrealmente lucida e gigante inquadrati nel classico supermarket USA, riuscire a mimetizzarsi tra i colori di una parata di quartiere, di un tramonto sul porto di Boston, nell’eco dei cori lontani dagli spalti del Fenway. Nella sua oramai proverbiale “sparizione d’autore”, Wiseman è allora davvero un Majorana che ha visto la bomba, e per il quale continua a valere la massima shakespeariana (o sciasciana?), la turpe cospirazione del bestiale Caliban contro la vita, mi è passata di mente…

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.8

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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LE BORSE DI STUDIO PER CRITICA, SCENEGGIATURA, FILMMAKING DELLA SCUOLA SENTIERI SELVAGGI

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Il voto dei lettori
3.5 (2 voti)

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