Cocaine – La vera storia di White Boy Rick, di Yann Demange

Nel 1987, il diciassettenne Rick Wershe Jr è arrestato con l’accusa di traffico di droga e condannato all’ergastolo. Una storia triste ma assai comune nelle periferie-ghetto degli Stati Uniti anni ’80, scenografie degradate di parabole adolescenziali rovinose. Fuori dalla Scuola c’è la morte o la galera e i ragazzi come Rick, cresciuti sul confine tra illegalità sistematica e l’american dream reaganiano si devono inventare la vita ogni giorno. L’adolescente di Detroit, a differenza dei suoi coetanei, però, ha una storia ben più pesante alle spalle: una sorella tossicodipendente scappata da casa, un padre amorevole quanto terribile e una disastrosa collaborazione con l’Fbi. White Boy Rick, come è soprannominato nel mondo black che frequenta, rappresenta tutti i particolari di chi, nel pieno della guerra alla droga lanciata dai coniugi Reagan, ha cercato di trovare il suo posto nel mondo, sfruttando tutte le scorciatoie possibili.

Negli ultimi dieci anni l’immaginario occidentale è stato attraversato da una miriade di queste storie sbagliate, dall’epopee storiche dei romanzi criminali alle agiografie nere della nuova serialità. Raccontare il lato osceno e oscuro dell’ultraliberismo della reaganomics e l’ascesa globale delle multinazionali della droga, è diventato il focus principale per molti autori e cineasti, capaci di unire una velata critica politico-sociale a l’intrattenimento puro del crime movie. In questo panorama narrativo Cocaine – La vera storia di White Boy Rick di Yann Demage diventa un archetipo, uno dei tanti racconti di piccoli accattoni che vollero farsi re. La sua vicenda disgraziata, sporca come le strade di Detroit, è simile a quella di Barry Seal o di Jordan Belfort. E’ facile trovare le stesse tappe e le stesse cadute, il delirio di onnipotenza e l’horror vacui del precipizio giudiziario. In più i fiumi colorati che attraversano queste storie sono sempre gli stessi, quello verde dei dollari e quello bianco della cocaina. Stiamo forse forzando il discorso se mettiamo insieme tutte queste opere in un’unica epica dei veri yuppies americani, i drug dealers, ma è evidente che il boom di questo genere di racconto ci metta tutti (spettatori e autori) di fronte a una riflessione urgente, specie per evitare le derive di un’inflazione narrativa.

Yann Demange, regista ambizioso e cittadino del mondo (figlio di una francese e un algerino, cresciuto nelle periferie londinesi), sembra consapevole dei rischi e sceglie di orientare la sua lettura attraverso altre strade. Cineasta intelligente, già arrivato alla notorietà per ’71, la sua rilettura carpenteriana dei moti nordirlandesi, Demange raccoglie il furbo script di ed esce dalle reti del genere. Il regista, infatti, sceglie attentamente i propri riferimenti, sfugge dalle facili soluzioni del drug movie e guarda alle famiglie disfunzionali di David O. Russell e all’urban guerrilla di Jean-Francois Richet. E’ chiaro che l’idea di affidare lo splendido, ma marginale, ruolo del padre sconclusionato ma pieno d’amore Richard sr. alla star Matthew McConaughey risponda alla volontà di Demange di entrare nel profondo della vicenda, trasformare un film facile in uno spaccato sincero e non banale. Il tentativo è coraggioso e spesso regala anche grandi intuizioni ma è la storia a rimanere ancorata ai cliché. Probabilmente la fine del genere è già arrivata e ancora non ce ne eravamo accorti.

 

Titolo originale: White Boy Rick
Regia: Yann Demange

Interpreti: Matthew McConaughey, Bruce Dern, Richie Merritt, Jennifer Jason Leigh, Eddie Marsan, Bel Powley, Piper Laurie, Rory Cochrane, RJ Cyler
Distribuzione: Sony Pictures Italia/Warner Bros. Pictures Italia
Durata: 111′ 
Origine: USA, 2018