CURON: stagione 1

Nelle sempre più complessa geografia delle narrazioni seriali figlie della streaming culture questo Curon era indubbiamente un titolo atteso. La sesta serie italiana prodotta da Netflix – scritta da Ezio Abbate, Ivano Fachin, Giovanni Galassi, Tommaso Matano e diretta da Fabio Mollo (i primi quattro episodi) e da Lyda Patitucci (gli ultimi tre) – si presenta come un progetto molto ambizioso sin dai presupposti. Curon, infatti, abbraccia referenze forti del cinema di genere italiano (l’horror gotico che allude al soprannaturale, in particolare quello del primo Avati), e nello stesso tempo le ri-declina in maniera inedita assorbendo strutture narrative, costruzione dei personaggi e stilemi linguistici da teen movie americano (con evidenti ascendenze kinghiane). E allora: siamo a Curon Venosta, provincia di Bolzano, un paese al confine con l’Austria che diventa una frontiera percettiva per i nostri protagonisti (i gemelli Mauro e Daria Raina subito attratti dal suggestivo campanile che fuoriesce dal lago). Il confine delle loro percezioni è il paese natio della madre Anna, lì dove sono costretti a tornare a vivere e a conoscere l’enigmatico e burbero nonno Thomas, tornando alle origini di una misteriosa disgregazione familiare.

Pertanto, dalla smart city del futuro Milano (che non vedremo mai), ci si trasferisce nella calma arcaica di Curon dove è il tema del “doppio” che dispiega appieno le sue potenze drammaturgiche: i due borghi (la parte antica sott’acqua a serbar misteri e quella nuova più vicina alla montagna a subirne le conseguenze); le due anime linguistiche e culturali (quella di origine austriaca e quella di origine italiana) in fermento per il ritorno di Anna; i due gemelli che incontrano/scontrano i fratelli Asper indagando le ombre delle “due” Curon e la presunta maledizione familiare. Del resto, ci sono due lupi dentro di noi che lottano per il controllo della nostra anima, uno buono e l’altro malvagio… a chi darai da mangiare? Qui si gioca apertamente con funzioni narrative di base (non a caso assorbite tutte “nel bosco”) dettando i tempi di una messa in scena che esalta la prospettiva fanciulla tra spazi altri, percezioni alterate di forme e volumi, volti minacciosi che fuoriescono dal buio e paure ancestrali nei racconti degli anziani.

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Qui arriviamo a un punto nodale: noi non conosciamo mai abbastanza i personaggi per rifunzionalizzare al meglio nel loro destino tutti questi segni universali. Lo spettatore viene catapultato nelle loro vite un attimo prima lo sconvolgimento, facendo evidentemente un po’ troppo affidamento a un passato immaginario (da Stand by Me sino a Stranger Things) che faccia scattare l’identificazione. Il pilot della serie, quindi, ci appare come un punto troppo avanzato della loro storia che allude ad informazioni ed emozioni che i personaggi hanno già vissuto e che per tutto il percorso della serie cercheremo faticosamente di ri(n)tracciare. Certo, ci sono spunti parecchio interessanti in questo pilot: il drone di Mauro perlustra gli spazi ed è subito disattivato al confine di Curon. Si perde nel lago dei misteri, insomma, come se le dinamiche visuali del XXI secolo andassero subito in scacco all’entrata di un paese avvolto da racconti archetipici che riemergeranno dal lago. In questo alterato panorama umano e mediale la trama horror/fantasy del supernatural drama – un doppio spietato che fuoriesce dal lago, ci perseguita, attenta alle nostre vite e si sostituisce a noi – perde il sostrato politico dei palesi referenti L’invasione degli Ultracopi, Shining o Us per ritornare al puro racconto di formazione. E sin qui tutto bene: la ambientazioni, la scenografia, le maschere e i costumi reggono molto bene.

Il punto è un altro. Perché questo consapevole accumulo di istanze incrociate – l’identità culturale del borgo di provincia interfacciata agli stilemi globalizzati dell’audiovisivo; la configurazione del perturbante (con echi di Twin Peaks) e la scoperta dell’orientamento sessuale in adolescenza; la scaltra autoriflessività esibita (Orange is the New Black che i personaggi hanno visto e citano più volte) e la retromania tipica delle strategie Netflix – faticano a trovare la giusta amalgama nei destini di questi personaggi. Insomma, ci sono tutti gli ingredienti giusti per ambire alla serialità complessa e a un pubblico globale, ma la serie non sfrutta mai appieno il suo potenziale rifugiandosi in una messa in scena un po’ troppo virtuosistica che insiste su ellissi e simboli arcaici immersi nel buio, acrobazie dronistiche e inquadrature iconiche fatte significare di per sé. Curon riesce comunque ad affascinare (soprattutto nelle ultime puntate) per un innegabile potere allucinatorio che sfiora l’horror antropologico, ma questa fascinazione non è quasi mai supportata da una forte tensione emotiva (gioca a tal proposito anche qualche incertezza recitativa) e da una funzionale gestione dei tempi narrativi (un po’ troppo frettolosi).

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La rabbia genera mostri, ma il mostro comincia a somigliarti”. A Curon sono ancora i sentimenti a generare mostri e gli stessi sentimenti a far trovare soluzioni… ecco perché al di là dell’incerta resa complessiva, questo resta un progetto dalle tante potenzialità che speriamo possa segnare un deciso cambio di passo nella (eventuale) seconda stagione.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.9

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
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