"Danny The Dog", di Loius Leterrier

Una lacrima di dolore, di amore e di morte solca improvvisamente un volto, lo scava, lo accarezza, lo attraversa. Dopo la vita, dopo la morte, c'è ancora il pianto, la contemplazione di un passato che torna per un'ultima volta e che si cristallizza attorno alle orbite, prima del nero finale, prima della dissolvenza. C'è tutto Luc Besson in questo momento/movimento prodigioso di Danny the Dog, tutto un cinema che dopo anni riesce allo scoperto, danzando tre la furia impassibile del combattimento e la ronde musicale di un'aria improvvisamente libera, aperta, tesa verso l'infinito. Un momento di sorpresa e di tenerezza questo, raccolto attorno agli zigomi di un Jet Li e del suo collare trasformato in un melodico pianoforte con cui suonare la vita, il presente, l'attesa per il futuro. Danny the Dog è in fondo un pianoforte, come Leon era la piantina curata fino all'ultimo da Rèno, una calamita che attira una tempesta emotiva di accordi e vibrazioni, di suoni periferici e di armonie perse nel tempo. Dai fraseggi isterici dell'inizio (Danny colto in piena attività mentre manda sistematicamente al tappeto tutti i suoi avversari), alle overture meravigliose del seguito (l'incontro con il cieco interpretato da un eccelso Morgan Freeman, l'incidente di macchina dal quale inizia la sua seconda vita), Danny The Dog è puro movimento di corpi in uno spazio infuocato, cinema elettrico che trova il folle coraggio di coniugare come poche altre cose viste quest'anno tenerezza e brutalità, mèlo e devastazione. Quella di Besson (lo sceneggiatore, certo, ma anche la mente, il motore mobilissimo del racconto, la sua iniezione folgorante) è una fiamma di calore che travolge i sensi, trasformando la scrittura in atmosfera, la penna in sguardo nervoso e malinconico, lo sguardo in occhi, bocche, passato e presente, come in un turbine di vento agitato da muscoli e anima.

Perché accanto alla fisicità impressionante di tanti momenti (tutte le sequenze dei combattimenti clandestini), il film vive sulla tensione fantastica e inesausta di sguardi diretti verso il fuoricampo (quelli di Danny in macchina, rivolti oltre il finestrino, in una terra fantasmatica che lo aspetta), di tensioni a fior di pelle che rimescolano la sostanza dei corpi, immaginati e vissuti come entità mutanti, ectoplasmi d'amore sempre sull'orlo dell'esplosione. E' questo lo snodo cruciale di Danny The dog (diretto dal grande Leterrier di The Transporter), questa la traccia lampante di un cinema che non si accontenta di seguire il racconto e di dosare il ritmo, ma che esige cuore, emozione, pelle, un cinema che arremba sui luoghi deputato allo spettacolo più spinto (la sequenza dell'ultimo combattimento giostrata al massimo del virtuosismo in pochi metri quadrati), per poi lasciarli di colpo, andando ad accarezzare l'amore che scorre in filigrana, quel sentimento antico e dirompente che Besson ritaglia come goccia d'acqua carsica in momenti lancinanti (Danny e la nipote di Sam che mangiano il gelato, ma anche il movimento delle dita sul piano, come una lunga scia d'amore senza parole), in sussulti di carne straziati dal peso di un passato che inghiotte il corpo del protagonista, liberandolo infine di ogni peso e rilanciandolo più leggero, quasi etereo. Un cinema poliforme e trasversale questo allora, il grandissimo ritorno di un Besson che mai come stavolta vive in ogni centimetro di pellicola, alimentandola con soffi di vita sempre più energici, sempre più dirompenti.


Titolo originale: id.


Regia: Louis Leterrier


Interpreti: Jet Li, Morgan Freeman, Bob Hoskins, Kerry Condon, Vincent Regan, Dylan Brown


Distribuzione: 01 Distribution


Durata: 103'


Origine: Francia, Gran Bretagna, Hong Kong, Usa, 2005