Dentro e Fuori. Quanto cinema c’è in un live dei Flaming Lips

“Questa sala buia, o semibuia, dove la gente va da tempo a sedersi, e non si capisce perché si accenda un quadrato” da “C.B. versus cinema” intervista a Sandro Veronesi (1995)

Abbiamo visto il concerto dei Flaming Lips a Milano lo scorso 30 gennaio come loro unica data in Italia del tour per la promozione del nuovo disco. Non è la prima volta che i Lips solcano i palchi nazionali, ma stavolta il nostro interesse cercava un’ennesima conferma di vari dubbi e varie questioni che ci abitano la mente in questi ultimi tempi. Senza volerlo infatti la performance live dei Lips porta lo spettatore al centro di un dibattito che vede chi guarda come perno su cui far muovere gli elementi del discorso. Non è più ciò che guardiamo a interessarci, ma è il nostro occhio che ci chiede attenzione. Non è più il problema della verità del testo a monte, ma è il nostro occhio a essere diventato lo schermo cinematografico. Siamo noi a essere diventati il cinema. I Flaming Lips servono a far scaturire il cinema dentro di noi, facendoci superare la nostra passività verso un’attività interpretatoria che diventa continua e che vede il cinema diventare un atteggiamento filosofico. Siamo noi che portiamo il nostro cinema ovunque esso venga sollecitato.

I Lips da sempre sono una band molto particolare, che grazie all’ambizione del leader Wayne Coyne vuole continuamente andare oltre il territorio “musica” e lo spazio del palco per abbracciare il proprio pubblico entro luoghi molto più ampli, in un’esperienza che si potrebbe definire tuttora (nel 2017) psichedelica. Un’esperienza di suoni, luci, colori, effetti scenici di vario tipo, il tutto a creare uno spettacolo che porta con sé una molto smaccata tendenza all’autocelebrazione, data dal concepire ogni canzone come un unicum, quasi fosse un finale (di serata, di disco, di vita). In quest’ottica basti pensare alla scelta, sicuramente ammiccante, di proporre Space Oddity di Bowie come omaggio, che immediatamente diventa appropriazione indebita. Capiamo bene che potremmo anche essere davanti a una farsa, a un furto mentale che vuole solo strapparci un consenso senza farci riflettere. Ma forse il punto è proprio questo.

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Se anche i Flaming Lips fossero coscientemente diventati degli onesti ladri di emozioni, usando Space Oddity il livello emozionale esce dal seminato ed entra in zone inesplorate e interessanti da analizzare. Pare infatti di essere dalle parti del cinema “sintetico” di Michael Bay, e come vedete il cortocircuito si innesta. Si potrebbe obiettare che in quel caso particolare il merito è di Bowie, che la verità è da un’altra parte. Ma quel tutto formato da: Flaming-Lips_MilanoSpace Oddity + bolla di plastica trasparente dentro cui Wayne canta Bowie + pubblico che trasporta la bolla dal palco alla pedana del mixer + luci, suoni, colori, etc. non sono più “solo scena” ma si compongono in uno spazio mentale che è dentro il nostro occhio, facendoci fare un salto importante, dal cinema di prima al cinema di oggi.

Ci viene subito in mente Troisi ne Il postino dire “la poesia è di chi gli serve”, e infatti Bowie ora è di chi gli serve. I Lips ora sono una delle emozioni più affascinanti che l’immaginario occidentale possa mostrare nel circuito, se si prende quell’insieme di teatro, cinema, arte sia nelle sue forme classiche che contemporanee. Una differenza sostanziale tra le forme antiche, gerarchiche dell’opera chiusa e l’evento aperto in cui è lo spettatore il motore della riflessione, nelle sue vivifiche associazioni. Ben vengano allora tentativi anche farseschi ma di per sé affascinanti come quelli dei Flaming Lips di aggiornare il teatro totale di Wagner al circuito popolare del 2017.

I Flaming Lips oggi sono un vertice inconsapevole dello scioglimento delle forme che da molto si attua verso la fuoriuscita dal quadro, sia esso un frame cinematografico sia esso lo spazio palco o la forma canzone. Non è qualcosa di nuovo, ma molto di ciò che fu concepito nei 60 venne sepolto dalle traiettorie del mainstream successivo. Si volle, chissà per quale motivo, tornare a imboccare lo spettatore, e di lì non siamo più usciti.
Con tutte le proprie forze i Lips portano coerentemente avanti un discorso di intrattenimento che è sì di matrice spettacolare, ma volendo andare oltre i propri limiti diventa senza volerlo vertice di una possibile smarginatura di senso. Diventa bellissimo in quest’ottica vedere lo stesso Wayne sul palco prima dell’inizio del concerto aiutare, come tecnico tra i tecnici, alla messa a punto degli effetti scenici affinché tutto fili liscio nella messinscena della canzone successiva. Canzone che quindi supera i confini di se stessa per finire in un territorio sghembo tra installazione, scena teatrale, incontro con il pubblico.
E Wayne pare veramente la rappresentazione musicale di un regista come James Cameron, tecnico tra i tecnici sui set dei suoi primi film.

setlist