(doc) "Fate la Storia senza di me", di Mirko Capozzoli

Fate la storia senza di me

Alberto Bonvicini Berlanda è stato un “protagonista involontario e coraggioso” di uno dei momenti chiave del nostro Paese. Nato nel 1958 e morto di Aids a soli 33 anni nel 1991, Albertino è uno di quei personaggi di cui ci si stupisce ancora per l’incredibile densità del percorso di vita. Un uomo/ragazzo che ha incarnato con la sua storia personale una testimonianza quasi unica della Storia che gli passava accanto. Dalla sua detenzione, da bambino, per sette mesi presso l’istituto psichiatrico del famigerato Professor Coda soprannominato l'elettricista (condannato anni dopo per le sevizie subite dai suoi pazienti a Villa Azzurra, evento chiave per la mobilitazione dell'opinione pubblica che avrebbe portato alla chiusura dei manicomi in Italia con la legge Basaglia); all’adozione succesiva presso una famiglia torinese nei primi anni ’70, passando quindi per i moti del ‘77 nella città incendiata da tensioni politico/sociali e per la nascita dell’estrema sinistra extraparlamentare; dall’appartenenza al circolo Barabba in cui si forma politicamente, agli anni di galera in seguito alla condanna per il rogo del bar Angelo Azzurro (evento dal quale si è sempre strenuamente dissociato); dalla nascita dei Talk Show, nella nuova televisione degli anni ’80, con Giuliano Ferrara alla tragica morte avvenuta per la malattia più terribile e rappresentativa della nostra epoca. Albertino incarna insomma il paradigma e la sintesi di un'Italia dimenticata, sepolta, ingenua, terribilmente instabile eppure di una devastante carica simbolica per capire il nostro strettissimo presente. Ed è questo il maggior merito del documentario di Mirko Capozzoli (dallo splendido titolo tratto da una frase del protagonista): il non voler avventurarsi in inutili disamine sociologiche o comparative per raccontare l’Italia, ma semplicemente il soffermarsi su una Vita e lasciare tutto il resto sullo sfondo del fuori campo. Sfondo di cui si avverte, però, prepotentemente la pressione.

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Dal punto di vista strettamente cinematografico il film di Capozzoli procede su due binari asimmetrici: da una parte la messa in scena abbastanza classica del documentario biografico in cui interviste, testimonianze filmate e fotografiche siFate la storia senza di me alternano per raccontare un percorso di vita; dall’altra il regista (intelligentemente) mina questa messa in scena con improvvisi deragliamenti dell’immagine che dipingono maggiormente il sentimento insito nelle parole che Albertino scriveva nei suoi diari (parole “ridette” per noi dalla voce off di Fabrizio Gifuni), mettendo in secondo piano il loro mero significato descrittivo o “politico”. E allora, in una vita intrisa di Fatti e accadimenti epocali, Capozzoli sceglie di dare maggior risalto alle cesure tra questi avvenimenti: momenti di passaggio tra esperienze diversissime (manicomio, galera, circoli politici, droga, televisione, malattia) in cui Albertino riflette su se stesso e su quello che gli accade suo malgrado intorno. E allora capita che le inquadrature più belle e toccanti del film siano quelle della Torino riscoperta da Albertino dopo un lungo periodo di galera: quando viene trasportato all’udienza del processo a suo carico e nei suoi diari scrive di provare sensazioni bellissime a vedere fuori la Vita da un finestrino. Il documentario, sin lì abbastanza classico, accelera improvvisamente il ritmo del montaggio “scoprendo” come il (cine)occhio di Albertino: persone, vicoli, automobili, strade, autobus e volti. È la vita che scorre nella Storia, che solo per pochi istanti collima vertovianamente con la testimonianza di un protagonista doloroso. Fate la storia senza di me, quindi, pur con qualche meccanicità nelle scansioni delle serrate vicende personali del protagonista, riesce in maniera mirabile a raccontarci “chi era” questa persona e lo “sfondo” in cui ha vissuto. E, in un cinema italiano in forte crisi identitaria, questo è già di per sé un notevolissimo merito.  

 

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