DVD – Sci-fi collection. Alienology (2 DVD)

cofanetto Sci-fi collection. AlienologyTitolo originale: Robot Monster – Uchujin Tokyo ni arawaru – They came from Beyond Space
Anno: 1953 – 1956 – 1968
Durata: 63' – 86' – 81'
Distribuzione: 01 Distribution/Valter Casini Editore
Genere: Fantascienza
Cast: George Nader, Claudia Barrett / Toyomi Karita, Keizo Kawasaki / Robert Hutton, Jennifer Jayne
Regia: Phil Tucker – Koji Shima – Freddie Francis
Formato DVD/Video: 1.33:1
Audio: inglese Dolby Digital 2.0
Sottotitoli: italiano
Contenuti extra: Conferenza del dott. Corrado Malanga, ufologo e ricercatore di abductions; Esclusiva registrazione di una seduta di ipnosi su una donna rapita dagli alieni
 
 
 

 

"Robot monster", di Phil Tucker
Pur sfatando il mito di una sostanziosa, necessaria e obbligata dose di spettacolarità in tutte quelle pellicole che vanno sotto l’etichetta di “fantascienza”, non si riesce comunque a tollerare la totale piattezza di questo film del 1953 diretto dall’allora venticinquenne regista Phil Tucker. E neppure appellandosi al bassissimo budget a disposizione della troupe (appena 1600 dollari), né ai ristrettissimi tempi di produzione (soltanto quattro giorni per le riprese) si riesce a giustificare la carenza di creatività già presente nella sceneggiatura e robot monsterconsiderevolmente amplificata da uno stile di regia che fa della monotonia il proprio cavallo di battaglia. Forse c’è una, e soltanto una attenuante: il finale ci rivela (ma lo si era capito fin troppo presto) che tutta la vicenda è soltanto un sogno del piccolo protagonista Johnny (Gregory Moffett), e la fantasia dei bambini – si sa – è governata dall’imprevedibilità e può estrarre dal cilindro ogni sorta di diavoleria, persino l’immagine di un buffo scimmione con la faccia da astronauta, venuto da un pianeta lontano, che, da solo, intraprende un’opera di distruzione del genere umano per mezzo del suo potentissimo “raggio cosmico”. Solo otto persone sopravvivono alla prima ondata distruttiva e tentano coraggiosamente di impedire la fine del mondo.
Se l’opzione “sogno di un bambino” ci consente di giustificare – con immensa fatica – le ridicole sembianze del mostro e, perché no, la singolare ambientazione degli eventi (il film è interamente girato in esterni tra le rocce del Bronson Canyon), resta tuttavia impossibile motivare l’assenza di originalità presente nella trama che, come è stato fatto notare in molte occasioni, ricalca quasi alla lettera quella del più celebre Invaders from Mars – uscito qualche mese prima del film di Tucker – che nella sua versione originale prevedeva un finale pressoché identico a quello di Robot monster.
In un periodo in cui negli Stati Uniti il genere fantascientifico era spesso utilizzato per creare delle inquietanti metafore di una società tormentata dal maccartismo e terrorizzata dall’idea di un’imminente guerra nucleare, si può intravedere in questo film un vago (e vano) tentativo di porsi sulla scia di pellicole come La guerra dei mondi di Byron Huskin (uscito nello stesso anno) o La cosa da un altro mondo di Howard Hawks (di due anni precedente). Esemplare in funzione “anticomunista” appare la grottesca scena del matrimonio tra Roy (George Nader) e Alice (Claudia Barrett), celebrato dal padre di lei che si rivolge al Signore – e non manca di fare appello alla sua condotta da buon cristiano – pregandolo di aiutarlo ad allontanare la minacciosa presenza venuta da lontano.
Nonostante quanto constatato finora, non è paradossale affermare che questo film merita in ogni caso di essere visto e considerato come un “pezzo di artigianato” che tenta di ritagliarsi un esiguo spazio all’interno di un genere considerato di esclusiva competenza delle grandi case di produzione. Ma non dimentichiamo che c’è artigianato e artigianato…

 

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"Allarme dallo spazio", di Koji Shima
La notizia sconcertante è che per una volta gli extra-terrestri non sbarcano sul nostro pianeta con l’intenzione di conquistarlo e annientare il genere umano, anzi, al contrario, gli alieni messi in scena dal regista giapponese Koji Shima devono avvisare i terrestri di un grave ed imminente pericolo che li riguarda: il pianeta vagante “R” sta per entrare in rotta di collisione con la Terra e l’unica salvezza consiste nell’unire le forze a livello internazionale per scaricare tutti gli armamenti nuclearallarme dallo spazioi contro la sua superficie e tentare di deviarne la rotta. Gli alieni saranno costretti ad assumere le sembianze umane per vincere le resistenze dei terrestri che inizialmente sono spaventati dal loro aspetto mostruoso (anche se poi – a livello razionale – ci sarebbe da chiedersi per quale motivo si dovrebbe fuggire sconvolti di fronte a dei bizzarri individui a forma di stella di mare con un grosso occhio al centro, piuttosto che considerarli dei simpatici giocherelloni saltati fuori da una divertente festa in maschera).
Sorvolando sulla “originalità” dei costumi, che tuttavia potrebbe comunque offrire allo spettatore contemporaneo un indizio di carattere sociologico sull’immaginario collettivo degli anni ’50 in materia di extraterrestri, c’è da dire che sono rintracciabili in questo film molte idee interessanti soprattutto – se non esclusivamente – a livello di sceneggiatura. Se si pensa, infatti, che la pellicola in questione è uscita nel 1956, proprio mentre gli ultracorpi di Don Siegel invadevano gli schermi americani, risulta quantomeno interessante rintracciare nell’idea di una silenziosa infiltrazione aliena sul nostro pianeta un punto d’incontro tra le due pellicole, con la differenza (non da poco) che lì si ricorreva ad un vero e proprio processo di possessione che annullava – escluso l’aspetto esteriore – ogni traccia di umanità negli individui contagiati, mentre qui ci si limita ad un più innocuo processo di trasmutazione che consente agli abitanti del pianeta Paira di assumere l’aspetto umano a partire da una fotografia. Non una sostituzione dunque, bensì una copia.
Il ruolo della scienza, il possesso di armamenti nucleari e le relazioni internazionali sono tutti tasselli che, abilmente incastrati in questo film, forniscono – ancora una volta – la possibilità di una lettura che sia capace di andare oltre l’aspetto più superficiale degli eventi che ne costituiscono la trama principale. L’ottica non è esattamente identica a quella dei coevi film americani, e d'altronde non potrebbe esserlo, ma una certa tensione di fondo è inevitabilmente rintracciabile anche in questo film che, dopo i primi vacillanti trenta minuti, riesce a comunicare con sufficiente chiarezza il proprio punto di vista sulla contemporaneità. L’immagine che ne viene fuori risulta intrisa di paura e, al contempo, di speranza nei confronti di un possibile e difficile compromesso tra la necessità e l’etica, tra la ricerca scientifica e la sua applicazione tecnologica.

 

"La morte scarlatta viene dallo spazio", di Freddie Francis
Il titolo italiano di questo film tenta solo di eludere quello che, presumibilmente, poteva essere il suo significato reale, ma nelle battute dei dialoghi ci si preoccupa molto meno di nascondere i doppi sensi e si parla esplicitamente di “peste rossa”: un morbo (giunto da lontano) invasivo, incurabile, mortale. Gli extraterrestri che lo hanno portato sulla terra sono delle “intelligenze aliene” che si insinuano nelle menti dei migliori sciela morte scarlatta viene dallo spazionziati col fine di piegarne la volontà e renderli schiavi pronti a lavorare meccanicamente per la realizzazione dei loro misteriosi piani.
Poco importa se non ci troviamo di fronte ad una produzione americana (la Amicus era la principale casa di produzione inglese dopo la Hammer), perché risultano essere davvero tanti gli elementi del film che non lasciano spazio ad equivoci circa l’atmosfera di fondo che si vuole rappresentare: il terrore del complotto, il cerchio che si stringe intorno al protagonista sempre più isolato (perché immune al contagio grazie ad una placca d’argento inserita nel cranio a seguito di un incidente stradale), la presenza di ambigui agenti dei servizi segreti e – soprattutto – il terrore del contagio, la paura che l’ignoto nemico possa penetrare nella mente e assoggettare l’individuo al proprio volere. E l’invasione è tanto più terrificante per il suo essere “invisibile”, interiore, camaleontica. Le sembianze non contano, l’apparire si discosta completamente dall’essere e finisce per perdere del tutto il suo valore di discriminante: il corpo è null’altro che un involucro nel quale l’inumano e l’umano possono nascondersi con altrettanta facilità (e qui il debito nei confronti di Siegel e del suo classico L’invasione degli ultracorpi appare fin troppo evidente).
Se qualcosa manca nel film di Francis è la ricerca della suspense. Non si avverte, infatti, la volontà di mescolare le carte in tavola e confondere lo spettatore invogliandolo nello stesso tempo ad inserirsi tra le maglie della narrazione con i suoi interrogativi e le sue ansie, alla ricerca di possibili risposte. Il pubblico a cui ci si rivolge è un pubblico ingordo, che non sa attendere e che necessita da subito di una gran quantità di informazioni che gli consentano di sapere con certezza chi è al di qua e chi al di là della barricata: chi è davvero sé stesso e chi invece mostra di sé soltanto la mera apparenza fisica. Diventa allora necessaria, per tenere viva l’attenzione dello spettatore, una raffazzonata commistione di generi che cerca nello spionaggio un valido supporto alla fantascienza, e che consente di trasformare il protagonista Curtis Tremble (Robert Hutton) da scienziato in uomo d’azione, capace persino di centrare bersagli a notevole distanza con un fucile di precisione.
Se da una parte diventa necessario animare una storia che stenta a stare in piedi, dall’altra preme il bisogno di dirigersi verso una conclusione che sia in grado di ricompattare tra loro gli eterogenei frammenti della narrazione. Le due necessità finiscono per collidere e conducono il film verso un precipitoso, approssimativo e conciliatorio finale.

 

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I DVD
01 Distribution in collaborazione con Valter Casini Edizioni presenta in doppio dvd tre opere di fantascienza fin'ora inedite nel nostro Paese. Se questo tipo di operazione catturerà senza alcun dubbio l’attenzione dei grandi appassionati del genere che potranno godere della visione di tre opere minori e – certamente – non ascrivibili tra i grandi classici della fantascienza, allo stesso tempo potrebbe deludere chi in questo cofanetto spera di trovare dei “tesori nascosti” da riportare alla luce per una doverosa rivalutazione critica. Diciamo infatti che se da un lato i film in questione offrono elementi sufficienti per un confronto con produzioni di maggior qualità ad essi coeve, dall’altro risulta evidente che non aggiungono ne tolgono nulla alla storia della fantascienza cinematografica.
La qualità dell’immagine risulta buona nel film Robot monster, mentre sono da segnalare alcuni piccoli deficit in nitidezza e definizione per quel che concerne rispettivamente La morte scarlatta viene dallo spazio (unico dei tre film a colori) e Allarme dallo spazio, il quale presenta anche un leggero – ma non insopportabile – rumore di fondo nella colonna audio.
La scelta dei due contenuti extra può risultare discutibile. Il primo consiste in un video di pessima qualità, e dal gusto palesemente amatoriale, che riprende una conferenza dell’ufologo dott. Corrado Malanga nella quale vengono discusse alcune questioni riguardanti l’avvistamento di UFO, i segreti di stato americani su tale questione e il ruolo della chiesa nell’alimentare lo scetticismo nei confronti di una possibile esistenza di forme di vita extraterrestre. Il secondo è invece la registrazione audio della seduta di ipnosi di una donna che racconta di essere stata rapita dagli alieni (è da precisare che risulta praticamente impossibile accertare l’autenticità di questo documento in qualsivoglia modo).
Il menù principale, infine, non offre possibilità di scelta della lingua audio né dei sottotitoli. I film sono, infatti, fruibili solo ed esclusivamente in lingua inglese (e ciò vale anche per Allarme dallo spazio che è una produzione giapponese) con sottotitoli in italiano non eliminabili.