Elogio di Sylvester Stallone – "John Rambo"

Lo vedi Stallone. Lo vedi sullo schermo. Sembra scontato, per un divo del cinema della sua statura, ma non è scontato. Stallone, parafrasando un album storico di Lou Reed, non ha paura di invecchiare in pubblico. Anzi: trascorsa la fatidica età di mezzo, quella in cui l'attore e regista, all'indomani del successo di CopLand, sperava di potersi separare dalle sue creature più note, non solo ha affrontato di petto i propri personaggi, sua gloria e sua dannazione, ma, in un movimento mitopoietico degno del miglior cinema popolare, ha posto fine alle loro gesta, reinventandoli. Nessun funerale cinematografico è mai stato più vitale  di quelli che Stallone ha officiato per Rocky e Rambo. Se in Rocky Balboa Stallone si posizionava tra l'elegia fordiana e poetica fantasmatica eastwoodiana, in John Rambo Sly diventa una macchina da guerra mitologica come solo John Milius avrebbe potuto concepire.

Stallone mette in scena il suo corpo penitenziale, segnato da ferite e lacerazioni. Come una cartografia somatica. Autentico bodycinema. Un corpo che diventa morale di cinema. Un cinema che diventa inevitabilmente corpo. Trovando in questo snodo la sua dimensione inevitabilmente classica.

---------------- inserzione pubblicitaria ---------------
----------------------------------------------------------------

Stallone possiede una consapevolezza arcaica del cinema. Il cinema è un corpo e un territorio (ripensato agli esterni notturni dell'ultimo Rocky…). In Rambo, dove l'oggetto non è la guerra, ma il corpo che fa la guerra, Stallone, nelle forme viscerali e istintive che gli sono proprie, intuisce godardianamente che la guerra è un "lavoro" sul corpo. E, materialisticamente, mostra i prodotti del lavoro della guerra dei corpi che la fanno.

Stallone in questo caso è un cineasta genuinamente scandaloso (ovviamente in senso strettamente etimologico): John Rambo è un film scandalizzato. Come lo era Quella sporca dozzina e Alba rossa. Non ci può essere cinema senza la consapevolezza del dolore necessario a produrlo (lo sapeva bene Fuller che paragonava il set a un campo di battaglia). E, dato che abbassare lo sguardo non è un'opzione, non quando c'è di mezzo la guerra, bisogna trovare il modo per pensare la presenza della morte nel perimetro della propria inquadratura. Intriso di una poetica funeraria che si fonda sulla consapevolezza della finitezza dei corpi, vissuta attraverso il progressivo venir meno dell'immagine del suo potere d'acquisto divistico, Stallone conferma ancora una volta la dimensione intimamente politica del suo cinema classico, popolare e sempre rigorosamente in prima persona. John Rambo probabilmente è il film nel quale si riscattano persino i clamorosi passi falsi di Stallone: quei film che hanno messo a morte la sua immagine solo per potere poi risorgere con uno scatto commovente e rabbioso al tempo stesso.

John Rambo (e Rocky Balboa) raccontano di Stallone come se fosse egli stesso il terzo termine di un lavorio mitopoietico indissolubilmente legato ai suoi nervi e alla sua carne. Ma lo è sempre stato. Anche quando sbagliava Stallone ci portava sempre al centro della sua lotta con il cinema. Non c'era film che non spostasse almeno di un millimetro quanto sapevamo di lui e del suo cinema. Un cinema in perenne divenire, che si scriveva instancabile come processo pubblico. Oggi John Rambo ci dice ancora una volta che l'immagine della solitudine di Stallone è ancora una delle emozioni più forti e toccanti che il cinema americano possa offrire. Solitudine non tanto di un uomo di cinema, quanto di un cinema che continua con tutte le sue forze a misurarsi con il proprio progressivo venir meno.

Davvero: un cinema a rischio d'estinzione in un territorio di guerra dove sono saltati gli schemi. Dove anche chi resta non vince. E questo Stallone lo sa bene. 

---------------- inserzione pubblicitaria ---------------

---------------------------------------------------------------