"Fa' la cosa sbagliata", di Jonathan Levine

fa' la cos sbagliata, ben kingsley e josh peckBasta colorare la normalità con un pizzico di quella straordinaria e irripetibile stravaganza, che spesso rimane nascosta dentro ad un cassetto, per renderla irresistibile e dolcemente familiare, tanto più se calata in uno scenario dal sapore nostalgico, come la New York del 1994 che, tra vecchi cercapersone e musicassette di compilation hip-hop, dove svetta l’astro nascente The Notorius B.I.G., si avvia tristemente, sotto la guida dello sceriffo Giuliani, a nascondere nelle sue viscere il “sudiciume” che brulica nelle sue strade. E’ quanto tenta di farci credere in Fa’ la cosa sbagliata (l’ennesima storpiatura italiana che, riprendendo uno dei dialoghi del film, abbandona l’originale e decisamente più incisivo The Wackness per rimandare inspiegabilmente a Spike Lee) Jonathan Levine che, frugando nei suoi ricordi, tenta di stemperare la complessità amara della quotidiana e monotona lotta per la ‘sopravvivenza’, combattuta spesso con la tattica della ritirata e non con il confronto maturo e diretto con i propri problemi, nel divertito ed a tratti accecante ritratto, purtroppo spesso privo di vera forza evocativa, di una New York sporca ma incredibilmente viva, e in una distorsione grottesca dei personaggi e dei luoghi appena accennata, ma troppo semplicistica e scontata per riuscire ad essere veramente incisiva. Con un sorriso che cerca il suo punto di forza nell’ironia, ma che finisce per rivelarsi solo innocuamente ‘birichino’ e mai graffiante o ‘sovversivo’, come continua falsamente a promettere, senza accorgersi di esser stato largamente superato dalla stupefacente nuova generazione della commedia americana, l’abusato marchio ‘indie’ sponsorizzato da un Sundance Festival (dove nel 2008 Fa’ la cosa sbagliata si è aggiudicato il premio del pubblico) che ha smarrito la sua vocazione e che sempre più, facendo tornare alla memoria l’immagine del pynchoniano Noir Center, l’emporio raccontato in Vineland, “specula sulla mistica pseudormantica” in questo caso del cinema indipendente americano, Levine tenta la chiave della leggerezza per spingerci a sperimentare la familiarità dell’esperienza dei primi amplessi che rapiscono il cuore e lo restituiscono a pezzi, o la desolazione scritta nella fine di un matrimonio che lascia in bocca solo il sapore della distanza e del fallimento, o ancora e soprattutto la condivisione della solitudine nella quale si consuma la paura, che non risparmia nessuna età, di diventare grandi. La stessa paura che per una caldissima estate metropolitana lega inaspettatamente i destini di due personaggi che, in un parallelismo che finisce per diventare la struttura portante del film, risalgono il sentiero dell’esistenza da due punti apparentemente opposti: Luke Shapiro (Josh Peck), il neodiplomato e piccolo spacciatore di erba che non riscuote alcun successo tra suoi coetanei e, mentre guarda affondare la sua famiglia nel disastro economico ed affettivo, ha il terrore, come lui stesso racconta, ‘di diventare vecchio e di morire’ senza aver vissuto veramente, e il suo psicologo, il dottor Squires (interpretato da un Ben Kingsley che nel disegno sempre più disordinato della sua carriera si ricicla caratterista), il sessantenne dedito al massiccio consumo di marijuana, che gioca a fare il fricchettone e che, decantando le doti lenitive del sesso liberato e liberatorio, cerca in un tardivo risveglio alla vita una via di fuga dalla sua condizione di uomo ‘irrisolto’.
 
Titolo originale: The Wackness
Regia: Jonathan Levine
Interpreti: Ben Kingsley, Josh Peck, Famke Janssen, Olivia Thirlby, Mary-Kate Olsen, Jane Adams
Distribuzione: Fandango
Durata: 99’
Origine: USA, 2008