"Factotum", di Bent Hamer

Difficile ogni volta fare i conti con Bukowski. Come resta difficile allo stesso modo considerare questo come un film firmato da Bent Hamer. Sappiamo come il buon vecchio "Hank" sapesse ironizzare, oltre che sulla vita in genere e sui conformismi altri, anche su di sé. Aveva piena consapevolezza di come la società, almeno prima dell'esplosione del suo caso letterario, lo giudicasse. Non se ne fregava come altri avrebbero fatto o fanno. E quindi lui per primo, crediamo, rifuggisse all'idea di vedersi rappresentato in seguito come un santino, come un emblema del ribellismo "etilico", del malessere esistenziale di una generazione without a cause. Lui una ragione ce l'aveva ed era la scrittura. Era quello il suo lavoro, il riuscire a bloccare in frasi istantanee, racconti brevi coltivati in un humus inevitabilmente autobiografico o riflessioni più estese sotto forma di romanzo, come ad esempio Factotum, quelle intersezioni del quotidiano dove più sono lampanti – e forse per questo accecanti da non farsi vedere se non da chi ci si dedica con sensibilità ed appunto impegno – quelle contraddizioni di una vita così breve da non poter non essere vissuta con eccesso (ma anche curiosità: è il discorso del sesso oltre che dell'alcol) ma anche troppo lunga per non poter darsi alla ricerca del senso di essa. O della sua assenza se si vuole. E' per questo che Charles Bukowski non è uno scrittore come gli altri. Lui viveva la scrittura e la scrittura toccava e tocca tuttora le corde che più rifiutiamo di far vibrare. Questo deve aver pensato Matt Dillon nel calzare il personaggio di Henry Chinaski, alter ego bukowskiano. Non una mimesi patinata (un po' il Ben Gazzara del ferreriano Storie di ordinaria follia) né un metodo particolare con il quale immedesimarsi. Se infatti il Mickey Rourke sembrava vivere spontaneamente nel Barfly di Barbet Schroeder, Dillon sembra calzare su di sé il mondo di Bukowski come un abito e indossarlo come viene. Non si pensa infatti ad altro che agli echi della scrittura che vengono da lontano per poter prendere forma sotto le sembianze di Matt Dillon, mai a come l'attore abbia riprodotto più o meno fedelmente le movenze dello scrittore. E il regista norvegese di Eggs e Kitchen Stories, anch'essi presentati all'epoca nella Quinzaine di Cannes, sorregge l'attore con una serie di austeri quadri impressionistici che lasciano ampio spazio alla naturalezza e creano quel flusso di tempo dove riversare le proprie emozioni. Un tempo reiterato dove la serie di lavori dai più umili ai più redditizi (come quello del bookmaker per conto terzi – perché lui scommette solo sui cavalli perdenti – che per un po' lo corrompe) vede l'ineluttabilità del licenziamento come leit-motiv. Il lavoro è visto come un enorme investimento del proprio tempo personale che può creare i presupposti per potersi ubriacare e scrivere. Null'altro. I datori di lavoro in fase di colloquio iniziale sembrano persino attratti dall'intelligenza sapida di quel dropout impresentabile ma sono poi costretti a girare le rotelle del meccanismo sociale per triturarlo. Le ottime Lily Taylor e Marisa Tomei incarnano la quintessenza di un bicchiere di whisky sotto forma carnale. In un certo senso Bukowski amava loro allo stesso modo.

Titolo originale: id.
Regia: Bent Hamer
Interpreti: Matt Dillon, Lily Taylor, Fisher Stevens, Marisa Tomei


Distribuzione: Mikado
Durata: 94'
Origine: Usa-Norvegia-Germania, 2006