Porretta Cinema – Incontro con Daniele Luchetti

Daniele Luchetti, protagonista della retrospettiva realizzata nella XVII edizione del Festival del cinema di Porretta, incontra il pubblico del Teatro Testoni di Porretta Terme.

Il regista, dal palco del Teatro ci ha parlato del suo cinema, o meglio, del suo modo di vedere il cinema. L’incontro si è aperto partendo da un punto nodale del mezzo, cioè la costruzione dei personaggi, in particolar modo dei più giovani, e nel modo quindi di rappresentarli tenendo fede a quella che è la loro vera natura. “Facendo l’esempio del La scuola, noi giravamo all’interno di una scuola in funzione a cui ci era stata dedicato metà dell’istituto, mentre nell’altra metà si svolgevano regolarmente le lezioni. Noi avevamo scritto una sceneggiatura in cui, attraverso delle macchiette, talvolta esagerate, si raccontavano diverse storie. Nei primi giorni sul set io mi sono reso conto che la distanza tra la mia immaginazione e la realtà andava colmata e infatti prima di iniziare a girare una scena correvo nella parte di scuola in funzione e chiedendo di sbirciare quello che succedeva in un aula. Avevo come il bisogno di fare un reset nella mia mente e guardando quei ragazzi purificavo il mio sguardo. Dopo questo ero poi pronto ad andare sul set e girare la scena.” E continua: “in quell’occasione sono stato fortunato. Avevo preteso e ottenuto di realizzare il film con dei ragazzi di 15 anni che erano stati selezionati sulle spiagge di Ostia l’estate precedente. Riuscire ad avere veramente quell’odore di ormoni e scarpe sporche, quell’adrenalina in classe mi ha aiutato tantissimo. Quei ragazzi hanno portato sul set una tale quantità di realtà che d quella volta in poi ho cercato di creare nei miei film un rispetto del guardare ancor prima di immaginare.

Luchetti continua a raccontarci come quell’esperienza abbia cambiato il suo intero modo di fare cinema, partendo dalla ricerca dell’umanità al di là dei personaggi. Questo gli ha insegnato a guardare i personaggi ancor prima di iniziare a dare loro le indicazioni. “Ora scrivo e aspetto che l’umanità entri nel film, cercando sempre di farmi sorprendere e di lavorare su ciò che è nato in quel momento”. Luchetti ci confessa di aver scoperto l’importanza dell’attore più in là nella sua carriera poiché all’inizio l’unica cosa che gli sembrava importante era la macchina da presa.

Una delle persone che l’ha introdotto a quest’arte è stato senza dubbio Nanni Moretti a cui Daniele Lucchetti deve molto. Non per averlo introdotto al mestiere, cosa che sarebbe successa comunque, secondo le parole del regista, ma di averlo spinto nella direzione di fare un cinema più personale, di qualità.

Per quanto riguarda il dualismo racconto – stile, Luchetti pare molto consapevole per la sua predilezione al racconto. Venendo da dieci anni di pubblicità, in cui lo stile è tutto, ha utilizzato bene tanti dei meccanismi che invece nel cinema non avrebbe potuto utilizzare. Il cinema invece resta un contenitore di racconti in cui lo stile può essere messo da parte per dar spazio ad altro, a persone, personaggi, storie e umanità. “Io sono partito per un amore per il cinema e sto proseguendo per un amore delle persone, la maggior parte dei miei primi film erano in relazione con altri film o con altra arte. Ho cominciato a guardare le persone più o meno a metà del mio lavoro, quando ogni tanto saltava fuori qualcuno che con la sua umanità tirava fuori qualcosa di imprevedibile”. Ripensando invece agli anni 80, in cui il cinema italiano si guardava sgretolare dopo gli anni che lo avevano glorificato, il giovane Luchetti faceva i suoi esordi in questo mondo, arrivando alla considerazione che per risollevare quest’arte in Italia bisognava trovare, o ritrovare la narratività che si era persa, partendo dall’importanza della sceneggiatura. “Era un periodo in cui la mia generazione, dopo anni di studio del cinema, si era rotta le scatole dei classici. In quel momento una generazione di giovani critici ha riscoperto la serie B, il trash, l’horror. In questo modo si erano andati a formare veramente due partiti “politici”: una parte, me compreso, che era per la riconquista del classico; un altro che invece sosteneva l’urgenza della distruzione del classico e della rinascita del genere. E ci siamo interscambiati come dei liquidi.”

Allo stesso tempo, a complicare la questione, c’era il macigno dei grandi autori italiani. Il problema era dimenticare Fellini, non era essere grandi come Fellini”.

Parlando invece del cinema del presente, dei giovani che oggi vogliono fare il cinema nelle diverse diramazioni del caso, Luchetti invita a puntare sulla serialità, credendo sia l’arte che oggi ha più pubblico, diversamente dal cinema che lo sta perdendo gradualmente, essa possa rappresentare la piattaforma in cui sia più facile fare la gavetta che serve ai giovani emergenti. In relazione invece al modo di fruire il cinema, e quindi ai nuovi mezzi e alla conseguente polemica che è nata in seguito al Festival di Venezia, Luchetti crede nell’impossibilità di andare contro ad un cambiamento generazionale e globale irreversibile. Continuando a prediligere la sala buia, si vede costretto ad ammettere la sua stessa tendenza a consumare il cinema anche a casa. “E’ come bere dell’ottimo vino in plastica, lo rovina un po’, ma la buona sostanza rimane sempre.