FESTIVAL DI ROMA 2010 – "Rabbit Hole", di John Cameron Mitchell

Qualcuno parla già di un film ritagliato su misura per consentire alla Kidiman – produttrice e protagonista di Rabbit Hole – di portare a casa la seconda statuetta della carriera dopo quella ricevuta per la sua interpretazione in The hours. Quel che è certo è che il suo volto, sobrio e appena truccato, che mostra nitidi i segni del dolore senza mai ostentarli, è uno dei pochi elementi da salvare in questo film di John Cameron Mitchell, costantemente sospeso tra la (condivisibile) volontà di non calcare il piede sull’acceleratore del patetismo più sfrenato e la paura di giocare fino in fondo la carta dell’ironia e del sarcasmo, tentativo questo che avrebbe richiesto un coraggio e una consapevolezza che non sembrano per il momento rientrare nelle corde del regista texano.

A otto mesi dalla tragica scomparsa del figlioletto di quattro anni – investito da un’automobile mentre attraversava la strada per inseguire il suo cane -, Becca (Nicole Kidman) e Howie Corbett (Aaron Eckhart) vivono una condizione di stallo tra la difficile elaborazione del lutto e la volontà di andare avanti e riconquistare le redini di un’esistenza precipitata di colpo in un vortice di dolore. Ognuno tenta di reagire a suo modo, facendo leva su quelle che ritiene siano le proprie necessità: Howie si dimostra più propenso all’esternazione e alla condivisione del dolore, preferendo mantenere viva la memoria e rifugiandosi nella reiterata – e quasi masochistica – immersione nei propri ricordi; Becca sembra più intenzionata a soffocare dentro di sé il dolore, tentando di cancellare le tracce del passato e rifiutandosi di seguire il marito nell’esperienza di un gruppo di sostegno, fermamente decisa a non disperdere la sua sofferenza nella vuota retorica di stampo cristiano-cattolico che fa della religione il migliore tra tutti gli anestetizzanti, salvo aggrapparsi nel finale all'utopica speranza di una possibile esistenza parallela in un altro universo (da cui il titolo Rabbit Hole).

Sia Becca che Howie sembrano, tuttavia, pienamente consapevoli del rischio di veder minata dall’interno la stabilità della loro vita coniugale, come se ogni possibilità di un momento di serenità e abbandono fosse da considerare alla stregua di un massiccio senso di colpa da espiare.

Mitchell sceglie di non scaraventare lo spettatore nel vivo del dramma, preferendo – soprattutto nella prima parte del film – disseminare il percorso di una serie di tracce da seguire. Non sempre, però, il regista sembra in grado di recuperarle per imprimere loro una chiara direzione e finisce spesso per lasciare quasi immotivate alcune traiettorie della storia, come se il meccanismo di “semina e raccolta” si inceppasse costantemente. Lo spettatore è lasciato in uno stato di indecisione che determina un distacco emotivo non funzionale alla trama del film e che non consente di determinare con chiarezza la colorazione emozionale dell'opera.

Non c’è traccia, insomma, di quell’insostenibile leggerezza del tocco morettiano, capace di trattare con delicata violenza tematiche affini ne La stanza del figlio, restituendo un film straziante nella sua incontestabile lucidità. Mitchell e il suo sceneggiatore – nonchè autore del dramma teatrale da cui il film è tratto – David Lindsay Abaire non riescono, invece, a far male abbastanza e finiscono per perdere la loro battaglia proprio sulla base di una ostinata e legittima volontà di non ridurre Rabbit-Hole ad una melodrammatica opera strappalacrime.