Il sorpasso, di Dino Risi

Esperimento largamente riuscito nel quale la struttura della commedia non sembra alterato dal tragico finale che sembra spegnere per sempre ogni innocenza degli ‘italiani brava gente’.

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Il sorpasso è un film che può perfino definirsi un esperimento, largamente riuscito, poichè è direttamente intervenuto sulle possibili e alternative soluzioni che le consolidate strutture della commedia possono sopportare permettendo di non alterare la natura originaria del testo. Una commedia resta tale se la sua conclusione è tragica? Su questo crinale così mobile e aperto si muove l’ardita soluzione di Risi, Scola e Maccari autori della sceneggiatura di questo film così amato ed ennesimo specchio di una nazione intera. Il film è infatti emblema e sintesi di un’epoca, tutta ritagliata dentro un abitacolo di Lancia Aurelia decappotabile, che sfreccia veloce e sfrontata per le nuove strade dell’Italia che rinasce dalla proprie macerie. Per quanto la si voglia evitare e per quanto possa sentirsi estranea ad un film che, in fondo, racconta di una giornata memorabile per i due protagonisti, sia pure per ragioni differenti, la lettura sociologica è inevitabile. È lo stesso titolo a suggerirlo nella sua esplicita allusione ad una accelerazione largamente interpetabile che trasforma la storia nel film di costume forse più aderente ad una contingenza dei tempi e a quel sorpasso che sembrava avrebbe portato l’Italia chissà dove. 

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Nella giornata di ferragosto due occasionali compagni di viaggio il primo, Bruno, audace, galante e cialtrone, ma anche privo di qualsiasi ipocrisa e, come si immaginerà, anche fragile, interpretato molto fisicamente da Vittorio Gassman; il secondo, Roberto è un giovane ancora non svezzato, timoroso, timido, legato alle proprie tradizioni familiari, incapace di adattarsi nella giungla quotidiana e nel film è il giovane e quasi sconosciuto Jean-Louis Trintignant. Su questa non originalissima antinomia è costruita, invece, una sceneggiatura di mirabile effetto che incalza lo spettatore disseminando tracce e riletture che conferiscono spessore al profilo dei personaggi. Road movie quasi involontario, leggibile proprio nella ritrosia di Roberto ad accettare la compagnia di Bruno, così diverso e perfino imbarazzante. Ma la Lancia Aurelia, simbolo di un’Italia che stava emergendo e che si beffava di ciò che voleva dimenticare, complice la solitudine rimarcata dal ferragosto romano, condurrà, sfrecciando con il suo clacson fastidioso, i due protagonisti al loro destino.

Ma l’anima intima di un road movie non si smentisce e Il sorpasso si trasforma in un racconto di formazione e serve a Roberto la sfrontata audacia di Bruno affinchè la realtà gli si presenti così com’è, leggibile solo tra le trame di una invisibile filigrana. È proprio quella la funzione di Bruno. Consegnare al giovane e sprovveduto suo compagno di viaggio, nuovi e più veritieri codici di accesso alle cose del mondo. Non sono le chiavi della felicità, al contrario sono solo il modo per uscire da ogni infantile e puerile illusione e qui sta la cattiveria di Bruno nel violentare l’ingenuità dello studente. La felicità diventa solo un’arma, un vestito della festa, una difesa posticcia ed qui che il film mostra tutta la sua carica di inappellabile tragicità.

La felicità della libertà vissuta dentro una decappottabile e la facilità di una vita senza freni sembra sparire all’arrivo in Versilia quando Bruno incontra sua figlia e sua moglie. La superba baldanza di Bruno sembra svanire mostrando ogni insospettabile fragilità.

È merito di pochi trovare, come è accaduto per questo film, il corretto equilibrio tra ritratto sociale e vicende personali, tra commedia e tragedia. Un cinema quello di Risi che quando ha allargato lo sguardo ha saputo interpretare e leggere i fenomeni di costume e le trasformazioni, anticipando i mutamenti della società italiana, come accade in questo film la cui tragica conclusione sembra spegnere per sempre ogni innocenza degli italiani brava gente e come era già accaduto l’anno precedente con Una vita difficile, indimenticabile calvalcata amara dentro il cuore dell’italia post-bellica in rapida trasformazione. Due film in fondo molto vicini, assonanti che hanno segnato una stagione davvero felice per il cinema di Dino Risi.

 

Regia: Dino Risi
Interpreti: Vittorio Gassman, Jean-Louis Trintignant, Catherine Spaak, Claudio Gora
Durata: 105′
Origine: Italia, 1962
Genere: commedia/drammatico

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
4 (4 voti)
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