FILM IN TV – Il pasto nudo, di David Cronenberg

Nell'approcciarsi al testo di William Burroughs, Cronenberg opta per un registro duale, addirittura “poroso”, che non si appiattisce sulla mera trasposizione, ma cerca anzi di giocare di sponda con le libertà concesse dal testo stesso (articolato come una serie di visioni sconnesse) per creare un sistema di riferimenti addentro a certi temi beat (la sperimentazione di nuove droghe, il senso di oppressione e fuga dal reale) ma capaci di ricomprendere anche altre invenzioni dello scrittore. Primi fra tutti gli elementi offerti dalla sua stessa vita, si veda l'omicidio involontario della moglie, uccisa durante un grottesco tentativo di ripetere l'impresa di Guglielmo Tell: immagine che nel film è presente per ben due volte, come un punto di snodo lungo il quale articolare le svolte e il propagarsi delle conseguenze utili all'ampliamento del racconto.

 

Cronenberg, dunque, cerca di dare forma a una struttura oscillante, perché non lineare eppure capace di razionalizzare gli spunti offerti dall'opera originale e dal suo autore. Ecco dunque il doppio registro, che sta fra la riflessione sull'idea della creazione letteraria (il testo di Burroughs, dopotutto, può essere visto come operazione teorica sull'atto stesso del creare abbandonandosi al filo dei pensieri) e il tentativo di rendere più sistematiche e razionali le pulsioni scatenate dal libro. La forma, non a caso, predilige sì un coacervo di creazioni surreali, ma le incanala in una progressione asciutta e non necessariamente visionaria. I riferimenti più evidenti alla sessualità e ai temi della carne che il testo chiama palesemente in causa risultano così facilmente ascrivibili al cinema dello stesso Cronenberg, fra pulsioni omosessuali latenti che coinvolgono il desiderio e visioni insettiformi che discendono naturalmente dai problemi più feroci legati alla tossicodipendenza, come una sorta di eco del possibile approdo al delirium tremens.

In tutto questo non va dimenticato come Il pasto nudo sia il primo film realizzato dall'autore dopo la svolta impressa al suo cinema dal seminale Inseparabili. Superata la fase del body horror che lo aveva elevato ai ranghi di nuovo maestro del terrore e dello splatter, l'autore canadese iniziava quindi a riflettere proprio sulle possibilità di messinscena di un cinema capace di esteriorizzare e riplasmare la realtà alla luce delle pulsioni interne scatenate dai suoi protagonisti e dai mondi da loro desiderati: pensiamo all'ossessione amorosa di M Butterfly che seguirà subito dopo, fino all'approdo di eXistenZ che completa il tentativo di reificazione della realtà.

Il pasto nudo, in tal senso, diventa un film cerniera e una dichiarazione d'intenti che amplia il sistema dei riferimenti interni ed esterni: siamo già in una realtà perfettamente definita dalle pulsioni mentali, ma ancora legata alla fisicità degli esordi. Ne sia prova l'ulteriore doppio registro di un film già inafferrabile ed etereo, eppure sempre ancorato a un'idea tattile, fatta di organi, muscoli, sangue, ossa e organismi che mutano a vista, salvo poi tornare allo stato originario nello spazio di un singolo taglio di montaggio: una mutazione fisica che dunque è già cascame del passato, al punto che, più delle surreali invenzioni mostruose, oggi colpisce maggiormente il rapporto fra il protagonista e la propria figura, scontornata dalle ombre di una messinscena noir, in un perenne scontro fra presenza e assenza a se stessa. Giova molto in questo senso anche la felice scelta di un attore straordinariamente fisico eppure così sfacciatamente minuto, quasi trasparente, come Peter Weller (all'epoca reduce pure dal carnografico dittico di RoboCop, e non sembra un caso). Il film si offre perciò come un'intera soggettiva associata al “suo” William, tanto che della vicenda egli è allo stesso tempo autore e vittima, testimone (scrittore) e malcapitata comparsa, amplificando il gioco di riferimenti e, allo stesso tempo, di doppi registri di cui è intrisa l'intera opera.