FILM in TV – Il siciliano, di Michael Cimino

Vedete ci sono questioni che io debbo lasciare a Roma e questioni che Roma deve lasciare a me…

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Don Masino all’on. Trezza

E ora? Cosa succederà?
Niente in Sicilia non succede mai niente
Adonis a don Masino

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Quando nel 1987 Michael Cimino consegnò agli schermi la versione definitiva di Il Siciliano aveva realizzato i suoi grandi film: Una calibro 20 per lo specialista (1974), Il cacciatore (1978), I cancelli del cielo (1980) e L’anno del dragone (1985).
Il suo cinema visionario aveva incantato soprattutto la critica europea e se è vero che Il cacciatore vinse cinque Oscar è anche vero che il fallimento di I cancelli del cielo, che affondò economicamente una potenza produttiva come la United Artists, causò la progressiva uscita dalle scene del regista americano tanto che sono state frequenti le sue presenze in Italia in occasione di numerosi festival da Taormina, sotto la direzione di Ghezzi al Cinema ritrovato.
Il cinema di Cimino affonda le sue radici nella più classica rappresentazione dell’inarrestabile superamento di quel confine labilissimo che esiste da sempre tra mito e frontiera e di cui il western è stata la massima espressione. Non a caso l’amore sconfinato per Ford finisce per sacralizzare la Monument Valley: “La Monument Il Siciliano, 1987Valley appartiene a John Ford, è una terra sacra e quando sono andato a vederla … mi sono detto che non avrei mai girato lì. Ognuno deve trovare il proprio luogo western…”.
L’operazione evidente che Cimino tenta con Il Siciliano, entra nelle sue corde solo in questa prospettiva (con tanto di mitizzazione del personaggio) che è proprio quella di affrontare le questione “Giuliano” come un western facendo del suo protagonista un bandito affascinante, alla Robin Hood, ma senza alcuna venatura politica, ideologica o di partito. Il Giuliano di Cimino è istintivamente dalla parte del popolo, è un leader per vocazione e un sacrificio vivente per destino.
Non sappiamo, né possiamo sapere quale fosse l’idea che in America si avesse di un personaggio così ingombrante come Salvatore Giuliano, tanto ingombrante che il suo corpo, nell’incipit che preannuncia la soluzione, viene scaricato proprio come uno scomodo pacco di cui liberarsi. Né tanto meno sappiamo quale fosse l’idea che Cimino aveva sul personaggio durante la fase di scrittura. Sappiamo, in qualche misura, però quanto Salvatore Giuliano abbia pesato per la storia italiana durante la seconda guerra mondiale e nell’immediato dopoguerra.
Il SicilianoCominciamo con il dire che il film di Cimino non si apparenta con nessuno degli altri due che hanno affrontato la figura del bandito. Salvatore Giuliano (1962) di Francesco Rosi si distingue per capacità di indagine che mutua da un giornalismo d’assalto, ma documentato e si carica di importanza e rilievo per essere il primo film italiano che combina sapientemente il cinema con l’indagine giornalistica. Segreti di Stato (2003) di Paolo Benvenuti, scritto sulla scorta degli studi condotti da Danilo Dolci, ricostruisce un’altra verità dei fatti sia quanto al personaggio sia rispetto ai fatti di Portella della Ginestra. Da posizioni antitetiche i due film giungono conclusioni lontanissime e non poche furono le polemiche all’uscita del film di Benvenuti. Le ipotesi in gioco erano da una parte quella di avvalorare i fatti dell’eccidio come una strage di mafia perpetrata contro i comunisti, dall’altra quella di invece di scrutare dentro i primi segreti di un Paese con una posizione cruciale nel sistema di alleanze occidentali rispetto alle quali il forte fronte comunista dell’epoca costituiva un ostacolo ed un pericolo. Giuliano, secondo la tesi accreditata dal film di Benvenuti divenne strumento di un complotto contro la democrazia. Due scenari diversissimi che Il Siciliano, Ciminobanalmente possono riassumersi in una lettura localistica contrapposta ad una lettura internazionale la dove si pensi anche all’ipotetico ruolo che Dolci e Benvenuti adombrano dei servizi americani.
In questa scottante parentesi della storia si posiziona il film di Cimino ed è proprio badando a questo resoconto che si aprono le falle più grosse pensando alla soluzione western-siciliana del scelta grande autore americano come scenario e fondale delle vicende del bandito. Non è nelle corde di Cimino l’indagine giornalistica o storica e quindi la forma drammaturgica che gli è più congeniale trova un’ottima sistemazione nella logistica della Sicilia, sia quanto a location, sia quanto a materiale da sfruttare drammaturgicamente: tipologie di personaggi e linguaggi oscuri e trasversali. Il problema del film è forse quello di non avere fatto i conti con la storia di questo nostro Paese che forse non è possibile riassumere un personaggio così ingombrante come Salvatore Giuliano, all’interno di una semplice vicenda in cui, come in ogni western, si fronteggiano buoni e Il Siciliano_2cattivi. La verità è sempre più complessa e volente o nolente Salvatore Giuliano fa parte della storia, non è un personaggio di fantasia e Cimino insiste su questo versante, con nomi, cognomi e luoghi, altro sarebbe stato se l’opera si fosse liberamente ispirata alle sue vicende. D’altra parte è proprio l’episodio iniziale, realmente accaduto e dal quale avrebbe avuto inizio la storia banditesca di Giuliano a costituire anche l’avvio del film. Una chiara presa di posizione che situa la storia all’interno di una ricostruzione che contiene il crisma dell’autenticità.
Sotto altro profilo, quello più propriamente antropologico, il film sembra propendere più verso una perpetuazione immutabile e immobile del potere in una terra di confine come la Sicilia (alla Gattopardo, per intenderci), piuttosto che una messa in scena per dimostrare l’affacciarsi della criminalità mafiosa e organizzata con un controllo ferreo del territorio (alla Padrino, per inciso il film di Cimino è tratto da un romanzo di Mario Puzo già autore del libro dal quale è stato tratto il film di Coppola).
Così il film di Cimino stretto tra una storia voluminosa e ancora per certi versi Il Siciliano_1indecifrabile, tra uno sguardo un po’ troppo stereotipato del siciliano con la coppola, in una specie di western assolato e saturo, sembra non essere a proprio agio davanti ad una realtà storica che limita la proverbiale visionarietà e raggiunge il “suo” unico scopo che è quello di ritrarre e restituire una specie di eroe romantico, un po’ incompreso, ma affascinante e votato al sacrificio. Il problema è che tutto questo, purtroppo, sembra più appartenere alla fantasia di Cimino che ad una realtà tangibile nella quale il bandito Giuliano è personaggio oscuro, implicato in un groviglio che vede, mafia, politica, indipendentismo e terrorismo, oltre che banditismo, strettamente legati e con tutto questo corposo materiale è difficile tradire la storia, raccontarla in un altro modo. Cimino ha avuto coraggio, ma forse non lungimiranza.

Titolo originale: The Sicilian

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Regia: Michael Cimino

Interpreti: Cristopher Lambert, John Turturro, Joss Ackland, Terence Stamp, Richard Bauer, Barbara Sukowa, Giulia Boschi.

Durata: 117’

Origine: Usa/Italia 1987

 

Mercoledì 15 giugno, ore 1.00, Rai Movie