FILM IN TV: Jackie Brown, di Quentin Tarantino


---------------- inserzione pubblicitaria ---------------

----------------------------------------------------------------

L’amore è una distrazione dello sguardo. Si guarda per caso, per sbaglio oltre le coordinate della visione normativa e si scopre la vita. E finiamo con l’innamorarcene. In pratica è quello che accade a Tarantino con Jackie Brown. Dopo l’omaggio all’iconografia noir di Le iene e il pasto nudo di Pulp Fiction, Tarantino decide di deviare il proprio sguardo dal cinema alla vita. Il cambio di rotta è radicale e dichiarato sin dal pianosequenza dei titoli di testa. L’entrata in scena di Pam Grier è talmente esasperata, sottolineata che va immediatamente oltre l’omaggio all’icona della blaxploitation al femminile. Non si tratta solo del condivisibile piacere di avere davanti alla macchina da presa un corpo come quello della protagonista di Coffy e/o Foxy Brown. Si tratta proprio di un erodere con lo sguardo tutte le residue mitologie che ancora incrostano il corpo dell’attrice per farla emergere come essere umano e, nel denudarla, appropriarsene definitivamente. Ma non come mito. Come amica.

 

---------------- inserzione pubblicitaria ---------------

---------------------------------------------------------------

Per Tarantino, come per Kiarostami d’altronde, è fondamentale credere sempre a ciò che si trova davanti alla macchina da presa. Non è un caso che in 155 minuti di film non ci siano altro che nove colpi esplosi (in fuoricampo e/o occultati allo sguardo dello spettatore). A Tarantino interessa altro. A lui interessa distrarsi. Vuole avere per sé (ossia come tempo della messinscena del film) Pam Grier. Si cala persino nei panni di Robert Forster (l’uomo che per troppo tempo è stato a contatto con la peggiore feccia…) per innamorarsi di Jackie (ancora…). Ma l’amore in Tarantino si tinge di una malinconica tonalità grigia. Il grigiore della downtown losangelina.

 

Pur tratto da Elmore Leonard, Jackie Brown sembra essere stato scritto da Raymond Carver.  Non c’è un’inquadratura di troppo e tutto è messo in scena nel rispetto della sua durata e del suo linguaggio. Carver riusciva a (ri)scrivere anche una trentina di volte un racconto pur di raggiungere l’essenzialità più cruda del suo stile senza per questo però mai perdere il rispetto per la gente che popolava le sue pagine di storie e dolori. Allo stesso modo di Carver, Tarantino si autoesclude da Jackie Brown lasciando in campo solo lo strettissimo necessario. L’innamoramento, come il corteggiamento (ossia seguire, plasmare, desiderare con lo sguardo il corpo desiderato), necessita di tempo. E il tempo, come i carrelli, è un affare di morale. Bisogna saperlo far durare il tempo. Non basta inchiodare la macchina da presa davanti a uno scambio di battute. Bisogna popolarlo il tempo, viverlo. E il tempo di Jackie Brown è popolato di distrazioni, gli unici accadimenti che lo differenziano dall’interno come tempo altro. Tempo ulteriore. Riserva di vita. Lo sguardo di Max, per esempio, che osserva Jackie venirgli incontro di notte; gli zoom che stringono e ampliano il quadro, zoom dolcissimi, impercettibili che dicono del desiderio di Tarantino di essere presente al proprio film.

 

Ma il tempo è anche sapere quando lasciare che il nostro sguardo distratto deve cessare di essere presente, per dargli la possibilità di esistere come ricordo di uno sguardo che c’era. Impossibile non commuoversi di fronte al fuorifuoco di Max colto di spalle dopo che ha lasciato andar via Jackie. Impossibile non commmuoversi osservando Jackie canticchiare Across 110th Street di Bobby Womack.

 

Sono queste distrazioni a dire dell’importanza di Jackie Brown, un film che estenua lo spettatore “pulpizzato” per condurlo oltre le convenzioni dell’autoreferenzialità. Ma è solo in questo modo che gli permette di vedere il farsi stesso della quotidianità degli affetti e il loro resistere all’ingiuria del tempo.

 

JACKIE BROWN di Quentin Tarantino
con Pam Grier, Samuel L. Jackson, Robert Forster, Bridget Fonda, Michael Keaton, Robert De Niro, Michael Bowen
USA 1997, 155′

---------------- inserzione pubblicitaria ---------------

---------------------------------------------------------------
giovedì 3 novembre ore 23:20 Rete 4