Giuseppe Ferrara, un regista sincero e sempre “sul pezzo”

Con Giuseppe Ferrara scompare un regista coraggioso, dal chiaro impegno civile. Il suo cinema di inchiesta ha messo in scena la realtà e le contraddizioni della narrazione fatta dai potenti.

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Se Giuseppe Ferrara fosse stato un giornalista si sarebbe detto che era un professionista che “stava sul pezzo”, ma il fatto che nella vita abbia scelto di fare il mestiere del regista non cambia le cose. Il suo modo di utilizzare il cinema e di lavorare sulla scrittura sta a significare proprio questo.
Giuseppe Ferrara scomparso qualche giorno fa, è stato un autore che ha sempre impegnato le proprie energie per portare a termine i suoi progetti che avevano come criterio imprescindibile l’impegno civile secondo le regole e i modi che oggi non esistono davvero più. Questo è sempre accaduto perfino quando il suo lavoro andava a scontrarsi contro ogni evidenza che ne ostacolava la realizzazione. È per queste ragioni che era forse l’ultimo esponente di una generazione di registi italiani il cui lavoro era caratterizzato dalla interpretazione della realtà politica e sociale complessa come lo è e lo era quella italiana. Questa ricerca di verità a volte andava ricercata dentro scenari internazionali che hanno complicato le trame e accentuato i chiaroscuri.
Era nato nel 1932 e la vena polemica con la quale affrontava il cinema gli veniva forse dallaIl sasso in bocca, 1969 sua toscanità che per ragioni di lavoro aveva contaminato con una romanità acquisita.
La sua personale interpretazione della realtà dell’Italia del secondo dopoguerra emerge dai suoi primi lavori che tracciano con nettezza il percorso anche futuro del regista, segnandone, se si vuole, anche i confini dai quali, testardamente, non sarebbe mai uscito. Brigata partigiana, Tramonto della mezzadria e Il pregiudizio sociale, sono tre dei titoli che il giovane Ferrara girò subito dopo il suo diploma di regia al Centro Sperimentale. Successivamente e solo dieci anno dopo il diploma, nel 1969, avrebbe esordito con Il sasso in bocca, un film coraggioso, sia per intenzioni, sia per esiti, che resta una delle opere migliori del regista, un film antesignano sui temi della mafia e del potere criminale organizzato fondato sulla paura della vendetta. Per la prima volta per il grande pubblico, Ferrara ha sperimentato il suo personale approccio al racconto per immagini. Quel film, come sarebbe accaduto per altre sue produzioni, nasceva dall’incastro tra immagini girate sul set con altre tratte dalla cronaca quotidiana dei mezzi di informazione. Il film lo avrebbe consacrato regista di chiaro e determinato impegno civile e non sarebbe mai mancato un suo film di inchiesta in qualsiasi rassegna che fosse legata all’attualità dei temi e alla contestazione politica, segno di un rapporto stretto che il suo lavoro era riuscito ad instaurare con il pubblico. Al film d’esordio seguiranno altri titoli, tutti improntati ad uno Cento giorni a Palermo, 1984sguardo ampio sulla realtà che Ferrara ha messo in scena sforzandosi sempre di raccontarla attraverso l’obiettività dei materiali, rilevando, sempre, da dentro, le contraddizioni della narrazione degli avvenimenti fatta dai potenti. Faccia da spia del 1975 è un altro docu-film con cui il regista toscano guardava agli intrecci della politica manipolata dalla CIA e alle ingerenze che ne derivavano. Nel 1980 avrebbe lavorato alla miniserie Panagulis vive, quattro puntate per raccontare la vita e la morte di Alexander Panagulis politico greco, difensore dei diritti civili e fermo oppositore del regime dei colonnelli, arrestato e poi morto misteriosamente in un incidente stradale qualche anno dopo la sua liberazione. Nel 1984 Ferrara resta affascinato dalla figura del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, nominato Prefetto di Palermo con l’incarico di combattere la mafia e assassinato in un agguato nel settembre del 1982. Cento giorni a Palermo che va ricordato anche per l’ultima interpretazione di Lino Ventura, ricostruisce quegli anni con gli omicidi eccellenti e quello più Il caso Moro, 1986eccellente di tutti di Via Carini. La ricostruzione dei fatti, l’adesione ad una verità oggettiva, ma guardata da un’altra angolazione oppure una vera e propria messa in scena che ripete la realtà assolvendo ad una funzione se si vuole primaria del cinema (ma anche esclusiva, poiché affidata al lavoro del montaggio) e ne fa oggetto visivo che la sostituisce nell’immaginario collettivo. Costituiscono i tratti comuni della sua filmografia e segnano la cifra stilistica del regista. Il cinema di Ferrara è costruito dentro queste coordinate di rifacimento del reale e un esempio di questo lavoro è Il caso Moro film del 1986 nel quale Gian Maria Volontè si trova ad interpretare per la seconda volta nella sua carriera d’attore, dopo l’oscuro e affascinante Todo modo, la figura dello statista democristiano. La somiglianza dell’attore alla figura dell’uomo politico resta sintesi di questa operazione di lavoro sulla realtà compiuto da Giuseppe Ferrara.
Operazione analoga sarà quella di Giovanni Falcone del 1993 e questa volta il lavoro sulla somiglianza dei tratti somatici spetterà a Michele Placido. Il film ripercorre le guerre di mafia e poi l’assassinio di Dalla Chiesa e ogni altra vicenda legata al lavoro del giudice in Sicilia fino al giorno dell’attentato di Capaci.
I banchieri di Dio, 2002Segreto di Stato del 1995 avrebbe ancora indagato su un’altra realtà cogente come è stata quella del lavoro deviato di una parte dei nostri servizi segreti e con I banchieri di Dio del 2002, il regista si sarebbe occupato dello scandalo del Banco Ambrosiano affidando il ruolo di protagonista ad Omero Antonutti, secondo un consolidato criterio di scelta.
Nel 2007 Guido che sfidò le Brigate Rosse è un altro tassello sulla storia di un’Italia alle prese con i drammi del terrorismo e rievoca la vicenda del sindacalista Guido Rossa scelto come obiettivo dall’organizzazione terroristica.
Ultimamente Giuseppe Ferrara aveva superato a fatica difficoltà economiche e attorno al suo caso si era stretta una buona parte del cinema italiano. Un arresto cardiaco lo ha spento e il suo cinema, così sinceramente civile, così fuori tempo, sempre “sul pezzo” ci ha aiutato a raccontare con passione la storia di questo Paese al quale era sicuramente legato e che avrebbe voluto vedere migliore di quello che egli ha vissuto.

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