Gregory Peck, il volto leale dell’America

Gregory PeckNon crediamo possa esistere, un attore che negli anni d’oro del cinema hollywoodiano ha meglio rappresentato sullo schermo l’idealismo americano, la lealtà come aspirazione concreta della middle class e l’eterna solidità di quei valori civili di cui l’America va orgogliosa, se non Gregory Peck. Il suo aspetto rassicurante, lo stesso che lo aveva portato alla carriera di attore, ha giocato un ruolo essenziale nella sua formazione e soprattutto nella sua notorietà presso il grande pubblico. Quelle stesse sicurezze di cui si fa estremo difensore, contro la follia incontrollabile, vestendo i panni dell’avvocato in Cape Fear (1962), capolavoro di Jack Lee Thompson. Film sull’insidia delle paure segrete che mettono in discussione la fragile tranquillità di una intera classe sociale, vittima di un passato rimosso che si ripresenta a chiedere il conto. Non è causale che il film ebbe un altrettanto splendido remake ad opera di Martin Scorsese, che è interprete non occasionale di malumori e malesseri della sua America metropolitana.

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Gregory Peck ha attraversato quasi 50 anni di cinema lasciando di se questo ricordo e i corpi dei suoi personaggi sono ancora integri, necessari e utilizzabili come mete di un idealismo senza tempo.

È stata proprio questa forse la forza segreta di Gregory Peck, quella che discendeva dalla sua limpida e sincera espressione che trasmetteva fiducia al pubblico aprendo nuove speranze. Quel cinema così leggero, nell’accezione di Calvino, manca forse oggi, in un’epoca di smaliziato e cronico pessimismo. Oggi i preoccupanti meccanismi di rifiuto nella speranza vanno di pari passo con l’abitudine alla cupa interpretazione del presente con la raffigurazione di una altrettanto oscura visione del futuro.

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Proprio questo sguardo aperto e sfrontato sul futuro, pur nella mediocrità del presente ha dato a Gregory Peck l’opportunità di lavorare in alcune occasioni sulla speranza, come principio guida.

Va guardata in questa prospettiva la vitalità bugiarda del suo giornalista attraente e squattrinato, ma ricco di risorse che fa Gregory Peck e Alfred Hitchcockinnamorare la principessa in vacanza a Roma, una indimenticata Audrey Hepburn, in Vacanze romane (1953) di William Wyler che sulla speranza ha fondato la sua carriera. Nei suoi tragitti cinematografici, l’attore nato La Jolla, in California, il 5 aprile 1916 di cui oggi ricorre l’anniversario della sua scomparsa, ha anche incrociato le angosce hitchcockiane in due film che costituiscono entrambi le straordinarie anteprime delle grandi e future produzioni del regista inglese. Con il suo volto inespressivo, come sosteneva Truffaut nella ormai pluricitata intervista al regista inglese, Gregory Peck ha dato il volto a John Ballantine in Io ti salverò (1945) e a Anthony Keane in Il caso Paradine (1947). Due personaggi nel vortice della paura, due personaggi che hanno straordinariamente segnato la carriera del loro interprete.

Il primo, in originale Spellbound, posseduto, costituisce il vero cambiamento di rotta per il giovane Peck che si ritrova dentro una storia d’amore, un passato ingombrante e un inconscio in disordine. Il secondo film a breve distanza dall’altro, lo vede impegnato ancora una volta, nel rassicurante ruolo dell’avvocato che si innamora della cliente accusata di omicidio del marito. Due film che hanno aperto le porte delle grandi produzioni hollywoodiane per il poco più che trentenne attore.  La sicurezza che il suo volto trasmetteva, nonostante che i personaggi hitchcockiani deponessero per una differente prospettiva, permette che Peck possa rivestire i panni del padre rassicurante in Il cucciolo di Clarence Brown del 1946 anni in cui la speranza e i buoni sentimenti erano necessari componenti della rinascita post-bellica. Nello stesso anno però Peck è impegnato a dare volto e corpo a Lewis McCanles il protagonista di Duello al sole di King Vidor con al fianco Jennifer Jones. Melodramma canicolare ed estremo, dove la componente del tormento sessuale, visibile nelle flessuose movenze della Jones, gioca nel profondo ridefinendo i contorni della storia. Film costoso ed eccessivo, sembra un fuori misura per un attore come Peck sempre misurato e contenuto.  

Moby Dick, la balena biancaAnni dopo, nel 1956, Peck sarebbe stato divorato da un’altra ossessione, quella che aveva consumato l’esistenza del capitano Achab tra le tempeste dell’oceano alla caccia della balena. John Huston, regista delle passioni sommerse, non poteva farsi mancare la storia e occupandosi anche della produzione, da vita a Moby Dick, la balena bianca un film che trasmette la forza espressiva e dirompente del suo autore. Gregory Peck al quale viene affidato il ruolo di protagonista, traduce il suo Achab nella rabbia dello sguardo, confermando la sua propensione per i personaggi tormentati. Resta famoso il racconto del rischio che corse quando, girando sul mare d’Irlanda la scena aggrappato alla balena di caucciù, finì tra i flutti e fu ripescato parecchi minuti dopo.  

È famosa la risposta di Peck a chi gli chiedeva in quale dei suoi personaggi si identificasse maggiormente, lui rispondeva: “I personaggi sono tanti e nell’ordine Atticus Finch, Atticus Finch, Atticus Finch e poi Atticus Finch”. Il personaggio cui Gregory Peck doveva tanto è il protagonista diIl buio oltre la siepe (1962) di Robert Mulligan. È sicuramente uno dei due o tre film che meglio riassumono i tratti politici e gli ideali coltivati dall’attore. Il suo personaggio è quello di un avvocato antirazzista che contro ogni convenzione sociale salva un nero dall’accusa di violenza carnale. Il gesto diventerà lezione di civiltà e di vita per i propri figli. Il film avrebbe dovuto essere interpretato, nel ruolo che fu poi di Peck, da James Stewart i cui percorsi, per molti versi, appaiono simili. Se così fosse accaduto però Peck avrebbe perso l’occasione di vincere l’unico oscar della sua carriera che gli fu assegnato proprio per questo personaggio verso il quale egli fu sempre riconoscente.

Ma un altro film aveva segnato la sua carriera, si tratta di una storia in cui il suo personaggio contrasta il razzismoIl buio oltre la siepe analizzandone le origini. In realtà Barriera invisibile (1948) per la regia del controverso Elia Kazan, prende di petto il tema dell’antisemitismo. Gregory Peck impersona Philip Schuyler Green, un affermato giornalista che si finge ebreo per condurre un’inchiesta sull’argomento. Il regista, con il tema affrontato aveva portato un ventata di novità, per quanto con una certa verbosa impostazione, l’attore aveva accettato di buon grado l’affidamento del personaggio, ma proprio su di lui Kazan ebbe a dire che era “uno zero di bell’aspetto”.

La carriera di Peck continuò permettendogli di interpretare ancora una volta, sul set di Cape fear, nella versione di Scorsese, del 1991, in un gioco di ruoli rovesciati, un infido Lee Heller.

Nel 1999 la regista,premio Oscar, Barbara Kopple gli dedica il film A conversation with Gregory Peck. È un’occasione per l’attore per raccontare della sua famiglia, del suo lungo ed eterno amore per Veronique Passani e dell’incomprensibile suicidio del figlio Johnatan. Confessioni estreme di un attore che ha dato vita per tanti anni e per tanti film a quel volto leale e rassicurante dell’America da sempre icona preziosa per un cinema che domina l’immaginario collettivo.