I fratelli Karamazov, di Petr Zelenka

 Il teatro spalanca le porte di Nowa Huta, un'acciaieria vicino Cracovia, e si insedia di prepotenza in un luogo corroso dalla ruggine e dalla disperazione in cui una manciata di operai, ultimi sopravvissuti dell’industrializzazione sovietica, vagano come corpi vuoti in uno spazio che cade a pezzi come la loro terra. In un luogo così inospitale, freddo, in cui manca persino l’acqua, l’arte trova terreno fertile, si adatta e cresce lentamente su un palcoscenico di lamiere, sotto gli occhi disorientati degli spettatori inconsapevoli di assistere alla rappresentazione di una delle opere più mastodontiche del secolo scorso: I Fratelli Karamazov.

La compagnia di attori sbarca dalla Repubblica ceca su un pulmino traballante e sceglie come spazio scenico un luogo in antitesi con il concetto stesso di arte e di bellezza: un groviglio di lamiere, ganci, e piattaforme pericolanti che stridono fortemente con i costumi traboccanti di piume e corsetti con cui le attrici volteggiano leggere sul palcoscenico ruvido. Ma i Fratelli Karamazov di Petr Zelenka si costruisce proprio sulle antitesi, sull’accostamento di elementi contrastanti dal punto di vista spaziale, linguistico e scenico. A cominciare dalla fabbrica cadente che si fa teatro, la vita e l’arte si scontrano continuamente nei dialoghi dei personaggi del dramma dostoevskiano, che sconfinano dal ristretto spazio scenico destinato alla rappresentazione all’intera fabbrica in cui gli attori vivono i loro momenti privati. Le dispute filosofiche sull’esistenza di Dio, sul libero arbitrio, sull’odio e sull’amore dei personaggi dostoevskiani si fondono con i dubbi morali degli attori sulla responsabilità dell’attore-intellettuale verso le tragedie che affliggono l’uomo comune e sul ruolo dell’arte come esercizio estetico avulso e indifferente al male del mondo o piuttosto come balsamo salvifico.

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Zelenka pone al centro della scena il conflitto interiore dell’attore-artista portando una piccola tragedia quotidiana direttamente sotto gli occhi della compagnia, che si interroga sulla necessità e sull’eticità della recitazione nei confronti del suo unico spettatore: un operaio che assiste alle prove mentre suo figlio lotta con la morte in ospedale. L’arte è un bene o un male? Il sipario si deve chiudere sulla realtà tragica che si consuma nella fabbrica o deve continuare a tenere in vita chi ha riposto tutte le sue speranze in un'opera teatrale? Tutti gli attori sono chiamati a rispondere, ciascuno nel suo linguaggio, nelle sue caratteristiche espressive, e nello spazio che gli è più congeniale, creando un'opera polifonica straordinaria in cui gli eroi dostoevskiani si confondono tra la gente comune e si abbassano allo stesso livello degli attori, deboli, combattuti ed estremamente umani. 
 

Lasciando in secondo piano i passi più noti del romanzo originario, come La Leggenda del Grande Inquisitore, Petr Zelenka affida nelle mani e nelle parole degli attori un copione che li accompagna da oltre dodici anni, e che ormai è parte della loro vita anche dietro le quinte. Adattato nel tempo da più mani, il testo drammatico di Karamazovi si trasforma in testo spettacolare nelle mani dei suoi interpreti , che con questo lungometraggio hanno portato questo esperimento letterario a un ulteriore livello, ben lontano dal teatro filmato. Il testo spettacolare che si svolge sulla scena industriale, corredato dai costumi e da una scenografia minimale è stato riscritto e adattato in un testo filmico, che lo inserisce in una vicenda umana più ampia, universale, che coinvolge gli attori in quanto uomini oltre che come artisti e li interroga sul delitto inconsapevole dell’arte e sul tragico castigo che attende i suoi artefici in un mondo che cade a pezzi sotto l’oppressione politica e la desertificazione culturale.

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Titolo originale: Karamazovi
Regia: Petr Zelenka
Distribuzione: Distribuzione indipendente
Durata: 100'
Origine: Repubblica ceca, 2008

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