IMAGINARIA 2018 – Monstrum Apuliae

Visioni e apparizioni dal festival del cinema d’animazione di Conversano: tra il cileno La casa lobo, il film di Zhanna, figlia di Timur Bekmambetov, e la mostra di Glenda Sburelin, Canepa e Ceccoli

Vito Savino, l’autore delle locandine di Imaginaria, mi dice che il Monastero di San Benedetto di Conversano, dove il festival si svolge, è un luogo che apre “connessioni magiche”. E in effetti, la storia della costruzione che sovrasta la cittadina nel barese racconta dell’unica badessa, una monaca cistercense, ad essersi insediata nella sede di un ordine maschile nell’intera storia occidentale della Chiesa, a metà del 1200, e ad aver avuto dal Vaticano poteri che sovrastavano quelli del vescovo locale, che non la prese bene. Infatti, lo straordinario campanile che si erge dal Monastero su Conversano (e che vedete ritratto qui proprio da Savino) fu voluto dalle suore per rimarcare inequivocabilmente chi esercitasse davvero il potere sulla città. Monstrum Apulie, lo chiamavano all’epoca: stupore di Puglia.

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E di mostri se ne aggirano parecchi tra le visioni del programma selezionato dal direttore artistico Luigi Iovane e dalla sua squadra per questa 16esima edizione della rassegna. Creature fantastiche e apparizioni di un cinema d’animazione che non ha paura di sfidare i confini e le possibilità dello schermo e dell’immagine, e allo stesso tempo di ingaggiare un confronto serrato con un pubblico a cui non viene concessa alcuna attenuante di fruizione da arena d’agosto, e che risponde al coraggio e all’azzardo con coesione. Sembra quasi che sia proprio quella spirale che sale su su fino al campanile del Monastero a indicare la direzione delle opere, spesso avvolte in un loop circolare dentro il quale perdere gioiosamente qualunque equilibrio.
E così incroci Tweet Tweet, l’ultimo lavoro di Zhanna Bekmambetova, figlia di Timur, il “Besson kazako” che ne è il produttore: Zhanna sembra aver ereditato dal padre la passione per i punti di vista inusuali, qui quello di un passerotto che accompagna una donna (ancora spiriti femminili che si aggirano per il Monastero…) in tutto il percorso della sua vita, da bambina ad anziana, su di una fune tirata al centro dell’inquadratura, con l’obiettivo fisso ad altezza piedi della protagonista.
Dallo sguardo ai piedi agli occhi al cielo, come la veduta di villaggio surrealista, ad opera di Glenda Sburelin, che campeggia nella mostra – per l’appunto al primo piano del Monastero, in alto – che l’illustratrice condivide con Barbara Canepa e Nicoletta Ceccoli. E che ti fa venire voglia che queste visitazioni animate possano riversarsi tra le stradine di Conversano, uscire dal quadro per invadere le piazzette e scherzare con gli abitanti ed i turisti: basta con questa storia del cinema come rifugio, via ogni argine per far girar la testa come il pianosequenza infinito di La casa lobo di León e Cociña.

Il lungo cileno in stop motion e cartapesta già vincitore di Forum alla Berlinale 2018 è uno svankmejeriano, abissale esercizio di smottamento continuo, una sorta di rituale in cerchio per evocare visioni di una Storia sepolta, o quantomeno quello che ne resta, il campionario dei ricordi in maceria nascosti negli oggetti da sfregare per farne scaturire il bestiario disperato come genius loci in disfacimento perenne, l’immagine sembra instancabilmente fertilizzata dal decomporsi di quella precedente, la notte conversanese si avviluppa intorno a questa favola che attrae a sé come un buco nero, un polo magnetico che fa impazzire le nostre bussole di spettatori estenuati.
C’è chi dice che il futuro di un cinema sempre più espanso passerà in maniera progressiva dalle possibilità radicalmente sbloccate dell’animazione: ecco, mentre lo spettro splendente (un altro!) di Isao Takahata veglia su Imaginaria, probabilmente dalla Luna, siamo pronti a scommettere che le profezie animate del futuro avranno il carattere impetuoso ma liberatorio e rigenerante del mare pugliese di questa estate.

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