Intervista a Annekatrin Hendel, regista del documentario “Fassbinder”

La regista tedesca, in occasione dell’uscita nelle sale italiane del suo documentario il prossimo 10 giugno, ci ha raccontato in esclusiva il proprio rapporto con il gigante del cinema tedesco

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In occasione dell’uscita in sala dal documentario Fassbinder, il prossimo 10 giugno, abbiamo intervistato la regista tedesca Annekatrin Hendel. Il film sarà accompagnato dalla distribuzione in sala di 5 film di Fassbinder ed è stato proiettato in anteprima questa mattina alla Casa del Cinema di Roma, accompagnato dalla sua stessa regista. Ecco la nostra chiacchierata.

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Perché hai scelto di girare questo documentario? C’è qualcosa di personale nella tua relazione con il lavoro di Fassbinder?

Crescendo nella Repubblica Democratica Tedesca, era difficile per me accedere ai lavori di Fassbinder nei cinema. Ma ogni tanto si poteva vedere un film nella televisione dell’ “Ovest”. Anche da bambina, i miei genitori facevano spesso il nome Fassbinder. E non solo quando mia madre guardava un po’ gelosamente mio padre stravedere per la giovane Hanna Schygulla, che spesso aveva parti principali. Il primo film che io abbia mai visto è stato Un anno con tredici lune. Quel film mi ha sconvolta. Dopo la caduta del Muro di Berlino, nel 1992, in occasione del decimo anniversario della morte di Fassbinder, c’è stata la prima mostra completa delle sue opere a Berlino. I lavori di Fassbinder mi hanno conquistata e sono diventata sempre più arrabbiata, film dopo film, per la morte del loro regista, i cui film avevo assorbito in un colpo solo. In ultima istanza, oltre ai film, è stata la sua morte prematura che mi ha reso così curiosa sulla vita di Fassbinder che volevo sapere tutto su di lui all’epoca, anche se io stessa non ho iniziato a fare film se non l’anno dopo. E il punto di inizio per questo film sono state le domande che mi hanno sempre accompagnato nel processo di diventare una filmmaker autodidatta. Il modo in cui Fassbinder ha dedicato se stesso alla storia della Germania del dopoguerra in maniera complessa e allo stesso tempo personale è rimasto ancora insuperato. Controverso come è, il suo punto di vista sul mondo, “sempre dove c’è cattivo odore”, lo rende il più importante regista tedesco ad oggi. In un mondo dove bisogna sempre fare tutto in maniera perfetta, spesso mi manca la passione, l’elemento selvaggio, l’ossessione e l’anarchia. Fassbinder e i suoi film sono stati per me “la droga di passaggio” dentro la vita e l’arte e io spero che rimanga tale per le giovani generazioni.

Per questo film hai intervistato molte persone che hanno collaborato con Fassbinder nel corso degli anni e molte di loro hanno condiviso molte esperienze personali. Questo processo è stato semplice o complesso?

Se fosse stato semplice, non sarei stata interessata a fare il film, ma la più grande difficoltà è stata quella di organizzare il documentario nel poco tempo disponibile. Dall’idea di fare il film, finanziarlo, trovare e convincere gli intervistati, che vivono sparsi in tutto il mondo, muoversi fra le opere, fino al girarlo e montare le interviste in soli dieci mesi, è stata la sfida più grande. Ma perché avrei dovuto prendermi del tempo, quando Fassbinder stesso non si concedeva mai di prendere tempo per i suoi lavori? La curiosità ha trasformato una cosa complicata in una semplice. Ho cercato di incontrare tutti i protagonisti nel luogo in cui si trovavano in quegli anni (il documentario di Hendel risale al 2015, NdR). Irm Hermann a teatro a Berlino, Volker Schlöndorff, il quale sta facendo splendidi film ancora oggi, proprio sul set di un film. E Hanna Schygulla aveva appena preparato un programma teatrale con i primi componimenti di Fassbinder. E lei ha provato qualcosa di nuovo. Il suo programma era di iniziare a tracciare i contorni di una fotografia del giovane Fassbinder. E noi abbiamo ripreso le sue prove. Per me è stato interessante ricordare il suo regista con lei in questa situazione vivida e concreta. Ho avuto l’impressione che l’incontro con Fassbinder sia stato il più importante incontro nelle vite di tutti gli intervistati. Senza eccezione, tutti loro si sono sentiti davvero visti da lui, presi sul serio, persino amati e a volte odiati. Sentimenti estremamente ambivalenti sono scaturiti da ciascuno di loro.

Fassbinder mescola scene dai film del regista insieme a interviste recenti in una maniera molto convincente. Sembrerebbe quasi che i suoi film siano stati fatti per essere messi insieme in un simile documentario per comprendere il significato totale del suo approccio artistico. Inoltre Fassbinder comprende anche animazioni e disegni. Come e perché sei arrivata a questo stile e questo è cambiato durante il montaggio?

Per me era chiaro dall’inizio che avrei lavorato con i frammenti che Fassbinder ci ha lasciato; permettere che lui raccontasse la propria storia attraverso il suo lavoro. Ci sono molte sequenze autobiografiche nei suoi film e nei suoi testi. E Fassbinder, il quale – di certo non casualmente – spesso ha interpretato parti nei suoi stessi film, non può essere compreso senza guardare ai suoi lavori. Tutto quello che lo rende ciò che è, è presente nei suoi film: paura e coraggio, fiducia e sfiducia, dolcezza e aggressione, vanità e umiltà, desiderio e tristezza. Questa era l’idea iniziale e questo è quello che è il film: una simbiosi fra la vita e le opere di Rainer Werner Fassbinder. L’idea delle animazioni è venuta fuori quando ci mancavano le immagini. Per esempio, abbiamo ascoltato testi di Fassbinder mai pubblicati prima, i quali abbiamo trasposto visivamente con le animazioni.

La tua esperienza nel girare Anderson, doc sull’editore e scrittore Sascha Anderson realizzato l’anno prima di Fassbinder, ti ha aiutata nell’esplorare tutti gli aspetti della vita di Fassbinder, anche quelli più oscuri? C’è stata un’ispirazione in qualche modo?

In generale, non mi interessano le vittime, ma i colpevoli, i seduttori. E ci sono certe somiglianze in quasi tutti i miei protagonisti. Penso ad ogni film come qualcosa di completamente nuovo. Sennò mi annoierei.

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