Introduction, di Hong Sang-soo

Un altro piccolo film che è un’introduzione alla vita, una minuscola parabola di formazione, essenziale come tutte le cose vere. In concorso alla Berlinale 71

Se un uomo abbraccia una donna, quel gesto implica un certo significato assoluto. Io sono un uomo e quando abbraccio una donna, è per davvero”, dice a un certo punto Youngho, in una di quelle incredibili bevute alla Hong Sang-soo. È il momento in cui sta cercando di spiegare la sua incapacità a recitare la scena di un bacio in un film. Come dargli torto? È una questione morale che, dal suo punto di vista, gli impedisce di fare finta. Al che, il vecchio attore chiamato a dargli consigli, star assoluta del teatro e del cinema, sbrocca: “Ma che vuol dire? Fare davvero o giocare, è tutto amore!”. Anche qua, come dargli torto? Ma è davvero la stessa cosa? Del resto il vecchio si rende conto di aver esagerato e ha un moto di ravvedimento: “ho perso il controllo”. In fondo, era stato proprio lui ad avvertire i ragazzi: “se bevete, non vi ubriacate”. È probabilmente il momento decisivo di Introduction, quello in cui si esplicita la vertigine che sta tra la verità e la finzione, tra la vita e la sua imitazione, tutta riflessa nello specchio della rappresentazione o nell’intrico del linguaggio, che svela e maschera al tempo stesso.

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Dopo la bevuta, Youngho sogna di ritrovare in spiaggia Juwon, la ragazza di cui era innamorato tempo prima e che aveva inseguito fino a Berlino, là dove c’era stato un magnifico abbraccio davanti alle porte spoglie dell’Arkaden (fantasmi di un tempo che fu). E la ragazza, nel sogno, confessa di essere malata di uveite. Ha un occhio da cui vede tutto chiaro, e un altro da cui vede solo nebbia. E sembra di riconoscere, nel tempo e nello spazio dal sonno alla veglia, la malattia del cinema. Sospeso in quello stato di incertezza tra il nitore e l’indistinzione, tra l’illusione e la realtà, là dove le due dimensioni aprono squarci di verità inaspettate. Che poi, in maniera speculare, è lo stato stesso della vita, dove ti sembra di riconoscere un’illuminazione che può essere solo un abbaglio, e dove i miraggi prendono forme strane. Perché il sogno, l’illusione, così come l’immagine, fanno parte della realtà. Così come ne fanno parte i desideri e le possibilità, le ipotesi controfattuali, gli ottativi, le costruzioni fantastiche, i castelli di carta. Ma arriva sempre il soffio di vento che va dove vuole, il momento del risveglio, dei conti da pagare, dei tempi morti che fanno tutt’uno con le favole e i lampi. E il segreto allora sta, al cinema e oltre il cinema, nella capacità di entrare e uscire dal sogno e dall’illusione. Sta nell’immaginare e nel realizzare, nell’astratto e nel concreto.

E il cinema di Hong Sang-soo, a mano a mano che si semplifica, si scarnifica, si riduce all’osso, assomiglia sempre più alla vita. Seppur nel velo da fantasma del bianco e nero delle immagini. È ripetizione e minima differenza, è noia e gioia, è malinconia e presenza, luce che si mescola all’ombra, grigio tra il bianco e nero, difetto e perfezione, mancanza e riempimento, vuoto e pieno. È un’eco truffautiana di corse sulla riva e lucidità da ritrovare nell’acqua gelida. Fuori e dentro la parte: “gli occhi, aprili sotto l’acqua, lavali/ con la ruvida tela asciugati e leggi/ sul foglio al muro le righe difficili della tua parte”…

È sempre più la leggera follia di un pomeriggio passato a bere, tra amici, senza un obiettivo preciso, se non ritrovare un senso nella perdita di tempo, oltre i fumi dell’alcool. E questo piccolo film che è un’introduzione alla vita, una minuscola parabola di formazione, alla fine, è essenziale come tutte le cose vere. Bevete quanto vi pare, ma non vi ubriacate. Non del tutto.

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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.3

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
4 (1 voto)
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