Irregular World, di Luo Jing e Li Ziyi

In concorso al 45esimo Laceno d’Oro, un documentario in piano sequenza in cui la quotidianità di un pronto soccorso diventa una riflessione sull’erosione dello spazio privato. Su Mymovies

Nel pronto soccorso di Irregular World, documentario di Luo Jing e Li Ziyi in concorso al 45esimo Laceno d’Oro, tutti sfrecciano corrono affrettano il passo. La macchina da presa, invece, avanza lenta e regolare, col passo di un fantasma immune alla fretta o forse ipnotizzato dalla colonna sonora elettronica di Even Shadows. È una calma che sembra necessaria a percepire i drammi e le commedie di questo palcoscenico del quotidiano su cui il sipario dell’immagine si apre e chiude, tanto fragile che un taglio di montaggio lo potrebbe far crollare. Diversi piani sequenza, montati come fossero uno solo, vanno infatti a formare i 40 minuti con i quali Irregular World penetra in squarci di vita consueti e procedurali per i medici, concitati e tesi per i pazienti e i loro familiari.

Un anziano che viene accompagnato all’ospedale dai parenti dopo una caduta domestica, un uomo che a seguito di un malore deve essere rianimato, un operaio che deve montare una porta. Tutti attimi nei quali il mondo dei diretti interessati si addensa, si stringe, si contrae attorno a un punto. Lo sguardo è distaccato, lontano, fatto di pura osservazione, quasi fosse il rovesciamento di quello iper-partecipante di For Sama di Waad Al-Kateab. Lì, il film era un tentativo di far incontrare uno sguardo personale e coinvolto con quello del mondo. Proprio quest’ultimo sembra essere quello che si aggira nei corridoi del pronto soccorso, pronto a riscattare le emozioni dallo sguardo rapito, risucchiato dall’evento di quelli che lo stanno vivendo.

Così, il documentario sembra voler prendere sulle proprie spalle il peso di un’erosione del privato che però non problematizza in quanto processo in corso, ma che viene assunta come cambiamento ormai avvenuto. Eppure, è una scelta che alla fine dei conti risulta ambigua, un’arma a doppio taglio maneggiata con una consapevolezza forse ancora un po’ troppo acerba. Perché, se lo sconforto che si prova nell’osservare un uomo morente appartiene interamente allo spettatore e non allo sguardo freddo che osserva la scena, l’imbarazzo con la quale la macchina di presa scappa a seguito dell’occhiataccia di una figlia che capisce di essere ripresa mentre piange il padre morto, di chi è?

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BORSE DI STUDIO IN SCENEGGIATURA, CRITICA, FILMMAKING – SCUOLA DI CINEMA SENTIERI SELVAGGI


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