La programmazione di Fuori Orario dal 14 al 20 agosto

Proseguono i cicli su Dmytryk (+ Cromwell e Pichel) e Soldati. Poi I figli del fiume giallo di Jia Zhang-ke, Non essere cattivo di Caligari e Garoto di Bressane

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SCUOLA DI CINEMA SENTIERI SELVAGGI: APERTE LE ISCRIZIONI ANNO 2022-23


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Domenica 14 agosto dalle 0.50 alle 6.00

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UNICINEMA – UNA NUOVA IDEA DI UNIVERSITÀ, per Fare Cinema

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Fuori Orario cose (mai) viste

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SCUOLA DI SCENEGGIATURA: LA SPECIALIZZAZIONE

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di Ghezzi Baglivi Di Pace Esposito Fina Francia Luciani Turigliatto

presenta

FIUME ROSSO

inquisizione ed anticomunismo ad Hollywood (4). Edward Dmytryk, le catene della colpa 

a cura di Paolo Luciani

 

La fine dell’alleanza antinazista tra Stati Uniti e Unione Sovietica dette il via al lungo inverno della “guerra fredda”.  La paura del comunismo, di sabotatori e spie avvolse come una cappa plumbea l’intero paese. Questa condizione di paranoia collettiva, identificata con il termine maccartismo ( dal senatore Joseph McCarthy), per il suo evidente riscontro mediatico, si abbatté anche e soprattutto sul mondo del cinema, tra i registi, gli attori, gli sceneggiatori, le maestranze tutte, prima alla ricerca di iscritti o simpatizzanti del Partito Comunista, subito dopo allargando una vera e propria persecuzione anche a quanti, negli anni precedenti compresi quelli dell’alleanza antinazista tra l’Urss e l’occidente,  avessero fatto parte di comitati di appoggio o solidarietà con i movimenti antifascisti, come con i repubblicani di Spagna, ovvero con gli intellettuali schierati a fianco dei movimenti europei di resistenza antinazista. Da un giorno all’altro centinaia di protagonisti e lavoratori del mondo dello spettacolo americano si trovarono inseriti in una lista nera di proscrizione, che rese impossibile loro di continuare a lavorare. Molti emigrarono in Europa, altri si mascherarono sotto pseudonimi o nomi falsi per continuare ad operare nel mondo del cinema. Quasi tutti si dovettero misurare con un vero e proprio tribunale, quello per le attività antiamericane, che con metodi degni dell’Inquisizione li poneva di fronte ad un dilemma: ripudiare pubblicamente le proprie idee, assumersi anche colpe non vere e, soprattutto, denunciare amici e colleghi. I produttori delle majors furono in prima fila nella caccia al comunista nel cinema; questa era anche la loro personale vendetta nei confronti del movimento di sindacalizzazione che, in particolare tra gli sceneggiatori e le maestranze, li aveva messi in difficoltà a partire dalla metà degli anni trenta. Naturalmente vi furono anche clamorosi casi di resistenza e denuncia: una delle prime liste di proscrizione stilata, quella dei “dieci di Hollywood”, suscitò un movimento di denuncia e condanna. Ma la forza del sistema fu tale che pochi mantennero la propria posizione iniziale di denuncia di anticostituzionalità dei processi e dei licenziamenti; amicizie e convinzioni infrante segnarono in qualche modo tutti gli anni ’50 del cinema americano. La lista fu formalmente abolita nel 1960, quando allo sceneggiatore Dalton Trumbo fu pubblicamente riconosciuto il suo contributo al film Exodus di Otto Preminger e Spartacus di Kubrick; ma soprattutto quando il processo di ristrutturazione industriale dell’industria dell’intrattenimento (cinema, tv, teatro, ecc. ) americano ebbe fine, con la presenza non più eludibile dei grandi network televisivi. In qualche modo la realtà reclamava i suoi diritti anche al cinema, sapeva scegliere con più discernimento le nuove streghe ed i nuovi mostri: la nuova Hollywood era alle porte.

Edward Dmytryk è una figura emblematica di questo periodo storico. Canadese di origine ucraina, Dmytryk svolge tutta la possibile gavetta cinematografica: alla metà degli anni ’30 risalgono le sue prime regie. Ben presto alla Rko si specializza in film di propaganda e di appoggio allo sforzo bellico Usa, il tutto declinato secondo il noir, il melodramma, il film bellico. Viene da subito inserito, unico regista, nella lista dei “dieci di Hollywood”, avendo rifiutato di rispondere alla Commissione per le attività antiamericane; incarcerato,  la sua carriera si blocca, come quella degli altri suoi compagni. In successivi interrogatori, decide invece di autodenunciarsi come ex iscritto al partito comunista e fa i nomi di tanti suoi colleghi, indicandoli come iscritti o simpatizzanti… Riprende a lavorare, firmando negli anni anche importanti successi commerciali. In alcuni di questi una critica attenta ha individuato elementi i narrativi che certamente si ricollegano alla sua drammatica esperienza.

FUORI ORARIO, con il titolo FIUME ROSSO,  ha deciso di ritornare su questo periodo del cinema americano,  presentando una scelta di film di Dmytryk, insieme con titoli ascrivibili a quel particolare momento, ad alcuni dei suoi protagonisti, siano essi registi, attori, sceneggiatori, e ad una scelta di materiali di archivio.

ERAVAMO TANTO FELICI      

(Tender Comrade, Usa, 1943, b/n, dur., 97’)

Regia: Edward Dmytryk

Con: Ginger Rogers, Robert Ryan, Ruth Hussey, Patricia Collinge, Kim  Huter, Jane Darwell, Mady Christians

Quattro amiche, ognuna con il marito al fronte, decidono di sostenersi a vicenda per affrontare la durezza della  guerra e di come questa incida sulle singole esistenze come sul destino dell’intera nazione. Nel raccontare le singole esperienze di ognuna, il film offre uno spaccato realistico della società americana impegnata con convinzione nello sforzo bellico. Tra le prove di sceneggiatura più riuscite di Dalton Trumbo, uno dei grandi perseguitati dell’ondata maccartista.

N.N. VIGILATA SPECIALE                         

(The Company She Keeps, Usa, 1951, b/n, dur., 82’38’’, v. o. sott., it.,)

Regia: John Cromwell

Con: Lizabeth Scott, Jane Greer, Dennis O’ Keefe, Fay Baker, John Hoyt, James Bell

Cromwell costruisce un noir capace di confondersi continuamente nel melodramma, via via che  tutti gli ambigui protagonisti procedono nel gioco di specchi fatto di  bugie false verità; il caso o le semplici coincidenze sono cosi solo l’innesco che fa intrecciare una detenuta in custodia di una sorvegliante, il cui fidanzato si innamora, ricambiato ma non messo a parte della sua condizione, della vigilata speciale…Impossibile non leggere in questa storia della pluripremiata , anche con il Pulitzer, Ketti Frings, una metafora del gorgo in cui si ritrovò il  regista nella seconda metà degli anni ’40. John Cromwell dal 1944 al 1946 fu presidente della Screen Directors Guild, e come tale finì nel mirino dell’ondata maccartista. Pur essendo un regista affermato ed attivo dagli anni ’30 con film di grande successo popolare, finito nelle liste dei simpatizzanti comunisti all’inizio degli anni Cinquanta, vide di fatto reciso il suo lavoro per anni. 

NESSUNO MI CREDERÀ

(They Won’t Believe Me, Usa, 1947, b/n, dur., 80’)

Regia: Irving Pichel

Con: Robert Young, Susan Hayward, Jane Greer, Tom Powers, Rita Johnson

Variazione più intricata de La fiamma del peccato di Wilder, il film vede Robert Young accusato prima di uno e poi di due omicidi, quello di un’amante e quello della moglie, in realtà suicida dopo avere scoperto il tradimento del marito… La Hayward, insieme a Jane Greer e a Rita Johnson nella parte della moglie compongono, loro malgrado,  un trio di dark ladies difficilmente dimenticabile. Irving Pichel, attore in produzioni popolari negli anni ’30, esordisce alla regia nel 1932 con il cult La pericolosa partita. Dirige ed interpreta molti film antinazisti; nel 1947 viene incriminato in quella che verrà definita “la lista dei 19 di Hollywood”; l’accusa è quella di appartenenza al Partito comunista Usa. Anche se non verrà mai chiamato a testimoniare, Pichel decide di  lasciare gli Stati Uniti. La sua appartenenza al partito comunista verrà confermata alla sua scomparsa, avvenuta nel 1954.  La produttrice Joan Harrison era una collaboratrice stretta di Alfred Hitchcock, e rappresentò una novità di genere assoluta per l’industri cinematografica dell’epoca.

 

Venerdì 19 agosto dalle 0.15 alle 6.00

SI SALVI CHI PUÒ – LA VITA NON SI SCAMPA (8)

a cura di Fulvio Baglivi e Roberto Turigliatto

I FIGLI DEL FIUME GIALLO                             

(Jiānghú érnǚ, Cina, 2018 col., dur., 131′, v. o. sott. it.)

Regia: Jia Zhangke

Con: Zhao Tao, Liao Fan, Feng Xiaogang, Xu Zheng, Zhang Yibai

Presentato in Concorso alla 71ª edizione del Festival di Cannes 

Con questo film Jia Zhangke cerca di lavorare sulla situazione della Cina contemporanea indagando memorie così velocemente soppresse dal cambiamento da sembrare eventi mai accaduti. I figli del fiume giallo nasce anche da ricordi di gioventù del regista e utilizza come documentari sequenze girate durante le riprese di Still Life (il capolavoro del 2011 recentemente trasmesso in questo ciclo da “Fuori Orario”) ottenendo uno straniante rapporto tra passato e presente.

Il film, come tutti i film di Jia Zhangke da Unknown Pleasure (2002) in poi, è girato in video digitale. Jia Zhangke spiega così la sua scelta: “[…] Spesso scherzo sul fatto che solo il ritmo dell’evoluzione dell’attrezzatura digitale può tenere il passo con il ritmo dello sviluppo della Cina. Per me, questo film tratta molto di come, in questo arco di tempo di 17 anni, le connessioni umane e le emozioni umane – le relazioni interpersonali tra le persone – si evolvono e cambiano come risultato di tutto ciò. In superficie, si possono vedere molto chiaramente i cambiamenti prima e dopo l’era di Internet, cose come in passato c’erano treni lenti e ora ci sono treni ad alta velocità. Ma questo è a livello superficiale. Quello che mi interessa esplorare è cosa è successo in termini di mondo interiore a queste persone in questo particolare contesto storico, come le loro relazioni si sono evolute o dissolte e le ragioni delle dissoluzioni e delle evoluzioni” (“Slant Magazine”, marzo 2019). 2001. Qiao è la ragazza di un boss della mafia di nome Bin. Insieme hanno molto potere a Datong, una vecchia città mineraria che ora è diventata povera da quando il prezzo del carbone è sceso. Dopo che il capo di Bin viene assassinato, Qiao propone a Bin di scappare da tutto e di sposarsi ma Bin non è interessato. Una notte un gruppo di uomini li attacca con l’obiettivo di detronizzare Bin e quando le cose si stanno mettendo male, Qiao fa scappare gli aggressori sparando deu colpi di pistola. La polizia dice a Qiao che la pistola è detenuta illegalmente e le chiede di chi sia, ma lei afferma ripetutamente che è sua. Passa cinque anni in prigione per possesso illegale di un’arma da fuoco, e Bin non le fa visita durante questo periodo, nonostante lei lo abbia salvato e si sia presa la colpa per lui. Dopo il rilascio di Qiao, lei cerca di chiamarlo, ma non riesce mai a mettersi in contatto. Qiao allora si reca in barca nella città della provincia di Hubei dove vive Bin, e qui viene invece accolta dalla nuova ragazza di Bin. Qiao inizia una battaglia per riuscire a vedere Bin. Quando finalmente ci riesce, Bin le dice che è un uomo cambiato, non più un gangster e si rifiuta di ammettere di aver tradito Qiao. Qiao torna a Datong. 2001.Qiao riceve una chiamata da Bin e quando va a prenderlo lo trova su una sedia a rotelle, incapace di camminare. Lo riporta alla loro vecchia sala da gioco, dove lei ora lavora e molti dei suoi vecchi amici sono felici di vederlo. Lui è chiuso e irascibile, inizia subito a litigare e Qiao per poco non lo butta fuori. Lui le dice che ha avuto un ictus per aver bevuto troppo e lei trova un medico che lo aiuti a riabilitarsi. Quando riesce a camminare di nuovo, Bin scompare lasciando Qiao con solo un breve messaggio vocale per dire che è andato via. Qiao cerca di raggiungerlo ma inutilmente.

NON ESSERE CATTIVO                                                                          

(Italia, 2015, col., dur., 98’)

Regia: Claudio Caligari

Con: Luca Marinelli, Alessandro Borghi, Silvia D’Amico, Roberta Mattei

Cesare e Vittorio sono due amici cresciuti insieme a Ostia. Vivono come fratelli tra spaccio e consumo di stupefacenti. Quando decidono di cambiare vita, nonostante tutti gli sforzi che questa scelta richiede, troveranno davanti una società e un destino avverso. Terzo e ultimo, sublime film di Claudio Caligari, autore di Amore tossico e L’odore della notte.

GAROTO (RAGAZZO)                                         

(Brasile, 2015, col., dur., 77′, v. o. sott., it.)

Regia: Júlio Bressane

Con: Marjorie Estiano, Gabriel Leone, Josie Antello

Musica: Guilhermo Vaz e una canzone di Elvira Rios

Presentato al Festival di Locarno del 2015

Ispirato al racconto L’assassino disinteressato Bill Harrigan di Jorge Luis Borges.  L’inizio della vita nella foresta del “garoto“ dove sperimenta l’avventura amorosa e spirituale con una ragazza.  Tutto cambia quando il giovane commette un crimine inaspettato     che condurrà alla separazione., alla fuga   e poi al ritrovamento in un deserto popolato di segni preistorici

La scena ellittica del crimine (rappresentato fuori campo) divide il film in due parti, girate in due luoghi iconici del cinema di Bressane: la prima nella foresta di Tijuca e in Rua Aperana a Rio de Janeiro e, la seconda nel sertão di Cariri a Cabrobó, nella Paralba dove si trova la Pedra do Pai Mateus (già presente in São Jeronimo).

Il film è stato pensato all’interno di un progetto produttivo dal titolo „Tela brilhadora“ che si richiama all’esperienza della mitica Bel Air del 1969 (la casa di produzione di Bressane, Sganzerla e Helena Ignez) e che comprende altri tre film realizzati da altrettanti  collaboratori abituali del regista, Bruno Safadi, .Moa Batsow, Rodrigo Lima

“Ho letto il racconto di Borges ancora negli anni Settanta. Mi affascinò fin dal primo momento in cui lo scorsi davanti agli occhi. Entrai in contatto con Borges per telefono e gli parlai della mia volontà di filmare la versione innovatrice e devastatrice che lui aveva fatto del mito dell’assassino disinteressato Bill Harrington. Fu un affrettato, irriflesso adattamento che fortunatamente non filmai. Una lettura più lenta mi fece aprire il testo e seguire, nella mitologia della collera, il mito ancestrale dell’omicidio. Un’opera d’arte è la possibilità di una reincarnazione, mi avvicinai alla contemporaneità del mito attraverso la via archeologica, preistorica. Il mito nasce dall’insufficienza del linguaggio di fronte al soprannaturale. L’essenziale è sempre l’invisibile“. (Júlio Bressane)

 

Sabato 20 agosto dalle 1.40 alle 6.30

IL ROMANZO DEL CINEMA

Mario Soldati viaggiatore tra due città (4)

a cura di Fulvio Baglivi e Roberto Turigliatto

FUGA IN FRANCIA                 

(Italia, 1948, b/n, dur., 102’)

Regia: Mario Soldati

Con: Folco Lulli; Enrico Olivieri; Rosina Mirafiore: Pietro Germi; Mario Vercellone; Giovanni Dufour; Cesare Olivieri; Gino Apostolo; Gianni Luda; Mario Soldati

Dopo la Liberazione, l’ex gerarca Riccardo si procura denaro e abiti civili nel collegio torinese del figlio Fabrizio e si avvia con lui verso la frontiera francese. A Oulx s’imbatte nella sua ex cameriera e, temendo che lo denunci, la uccide, riuscendo a passare inosservato. Prima di giungere al confine incontra tre operai già conosciuti alla locanda e ripara con loro in un rifugio. Da una foto su un giornale, uno dei tre riconosce il gerarca, condannato in contumacia come criminale di guerra. Immobilizzato, Riccardo riesce tuttavia a fuggire; ripreso, ferisce accidentalmente Fabrizio. Pur potendo salvarsi, si avvicina alla autoambulanza che trasporta il figlio e viene catturato.

 Fuga in Francia non è il soggetto che volevo fare io. È stato un soggetto rimediato, la storia di un criminale di guerra che cerca di espatriare, arrangiato alla meglio, perché noi avevamo chiesto al produttore, che era Ponti, che ci mandasse, io, Flaiano e Musso, i tre sceneggiatori, a stare due mesi a Bardonecchia a inventare il soggetto e a scriverlo. In fondo si trattava, non so, di pagare alloggio e vitto a tre persone per due mesi. Non era niente, ma il produttore non si è sentito di fare questa spesa, e noi abbiamo dovuto inventare il soggetto alla meglio. E quando poi siamo andati a Bardonecchia per controllare quello che avevamo scritto, naturalmente era troppo tardi, e gli elementi avrebbero dovuto essere altri; un poco di quegli elementi che noi avevamo scoperto o avremmo voluto scoprire sono stati infatti adottati da Germi, il quale assunto da me come attore, venne a Bardonecchia e lì pensò, e scrisse Il cammino della speranza, o almeno l’ultima parte del Cammino della speranza: gli emigranti che passano la frontiera; per questo, concludo col dire che anche Fuga in Francia è stato il frutto di un compromesso e anzi direi di un grave, pesante compromesso”. (Mario Soldati)

TRAGICA NOTTE                    

(Italia, 1942, b/n,. dur., 83’)

Regia: Mario Soldati

Con: Doris Duranti, Giulio Battiferri, Dora Bini, Amelia Chellini, Daniele Danielli, Juan De Landa, Carlo Mariotti, Marco Monari Rocca, Adriano Rimoldi, Carlo Ninchi, Andrea Checchi

In un paese della Maremma, Nanni, un bracconiere, viene arrestato perché sorpreso a cacciare nella riserva di un conte. Una volta uscito di prigione, tende un’imboscata a Stefano, il guardiacaccia da cui sospetta di essere stato denunciato. L’uomo, picchiato ferocemente cova la sua vendetta. Due anni dopo, al ritorno del conte nel paese, Stefano insinua con maestria in Nanni il sospetto che sua moglie abbia una relazione con il conte. Quando sarà scoperto, dovrà affrontare la resa dei conti…

Sulla sceneggiatura tratta dal romanzo si accese una polemica, nelle pagine del settimanale Film (tra l’ottobre 1941 e il luglio 1942)]: Cinelli si duole dei mutamenti apportati al proprio racconto; Emilio Cecchi, in risposta all’accusa di aver travisato il romanzo di Eugenio Giovannetti, afferma che il suo copione era ben diverso da quello realizzato. L’intervento del regista Soldati probabilmente chiude la polemica: «Cecchi non ha nulla a che vedere con la sceneggiatura di Tragica notte, e soltanto per eccessiva bontà e amicizia verso di me ha acconsentito a mettere il suo nome sui titoli di testa del film. […] L’altra sceneggiatura di Tragica notte, a cui collaborò effettivamente anche Cecchi, era più fedele al libro di quella girata, e probabilmente avrebbe dato risultati migliori. Ho sbagliato!».

ALLA RICERCA DEI CIBI GENUINI – VIAGGIO NELLA VALLE DEL PO

(Id., Italia, 1957, b/n, puntate 4°, 5° e 6,° durata totale 97’ca)

Regia e conduzione: Mario Soldati

Andato in onda tra dicembre 1957 e gennaio 1958 in 12 puntate, il viaggio di Mario Soldati seguendo il Po è una delle prime inchieste Rai di sempre. Soldati parte “alla ricerca dei cibi genuini”, ma chiaramente i cibi e il vino sono il punto di partenza per esplorare una cultura che solo pochi anni più tardi sarà completamente sconvolta e sepolta dal boom industriale. Come nel successivo Viaggio lungo il Tirreno fatto con Cesare Zavattini, Soldati incontra un’umanità varia e lascia emergere la letteratura e gli scrittori.

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