La signora senza camelie, di Michelangelo Antonioni

Flop di pubblico, rappresenta comunque sin nell’intreccio, già meta-cinematografico un bel colpo di caso, e d’occhio, d’autore.

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Lei in fondo non è migliore del cinema italiano”: il giudizio finale del collega Lodi-Alain Cuny a Clara Manni, l’attricetta di facile ed effimero successo interpretata da Lucia Bosè, bella e perduta Signora senza camelie, sa di resa dei conti registica con la macchina dei sogni (e degli incubi) del grande schermo. E ad un classico esempio di incubo produttivo assomiglia, per contrappasso, il lungometraggio con cui Michelangelo Antonioni – dopo l’esordio maturo di Cronaca di un amore e in concomitanza di lavorazione con I vinti poi massacrato dalla censura – pone il cinema italiano allo specchio di se stesso. Il ritratto avrebbe dovuto essere satirico – avvalendosi delle forme maggiorate di Gina Lollobrigida e, dopo il suo rifiuto, di quelle ancora sconosciute di Sofia Scicolone comparsa di Cinecittà – ma finì per avere i tratti melodrammatici più consoni alla sobria figura di Lucia Bosè. L’esito fu un fiasco di pubblico che, se sulle prime l’autore sembrò attribuire ai “troppi rumori” e “scandali” che avevano “accompagnato la realizzazione del film”, sul lungo periodo lo trovò concorde: “Mi pare fosse poco riuscito”.

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la signora senza camelie antonioniEppure proprio dal dato controverso di quei rumors è possibile riapprezzare, più di sessant’anni dopo l’uscita, un’opera casualmente/deliberatamente destinata ad essere – e siamo già in pieno lessico antonioniano – autobiografica e documentaristica. Come non pensare – nella sequenza in cui Clara Manni mette nei guai l’intera produzione di un film in corso facendosi convincere dal marito a non lavorarvi più – proprio al rifiuto “etico” della Lollobrigida verso quel ruolo di “pin-un priva di talento” evidentemente troppo prossimo al mondo di (ex) debuttanti di Miss Italia – la Lollo nello stesso anno della Bosè – per non suggerire rimandi? E se inizialmente le parti dei produttori, interpretate da Andrea Checchi e Gino Cervi, avrebbero dovuto ispirarsi a Carlo Ponti e Dino De Laurentiis, come non pensare a Sofia (futura Loren e moglie dello stesso Ponti) che – analogamente a Clara Manni ex commessa milanese o alla folla di oscure comparse di Cinecittà (nella bella scena della macchina che si fa strada attraverso di esse) – viene avvistata da Antonioni in una trattoria e invano proposta al produttore che le preferisce un “nome”?

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lucia bosè in la signora senza camelieDi fatto allo specchio della macchina da presa c’era – due anni dopo il capostipite viscontiano di Bellissima – il mondo stesso del regista, quello del cinema e delle sue stagioni e lezioni da superare (il neorealismo di Gente del Po), e non più o non solo quello alto-borghese di Cronaca di un amore con cui sono pure numerose le affinità. Il parallelismo con Visconti anzitutto: da un lato il triangolo fatale che accomuna l’opera prima di Antonioni all’esordio di Visconti in Ossessione; dall’altro il giudizio sul cinema fabbrica popolare di illusioni attraverso lo sguardo delle donne, dall’indimenticabile Magnani di Bellissima alla troppo composta – e a tratti “moralistica”– Bosè di La signora senza camelie (in comune anche Suso Cecchi d’Amico co-sceneggiatrice di entrambi i film). Se però Visconti conclude la parabola meta-cinematografica di Bellissima con un rassicurante ritorno alla famiglia, è irreversibile lo scacco di Clara Manni sedotta per caso dal cinema e per sempre segnata (“Vuoi che torni a fare la commessa? Non capisci che ormai anch’io sono cambiata?”). A Clara non resta che accettare fino in fondo la finzione (il primo piano finale in cui sorride e piange davanti ai fotografi) con l’inevitabile e drammatica confusione tra vita e rappresentazione: L’amorosa menzogna già indagata dall’omonimo documentario sul fotoromanzo e di cui la doppia scena del bacio – quello sul set con il collega attore e quello “vero” col produttore che la sposerà (sullo sfondo apparentemente casuale di un telone dietro cui opera un tecnico delle luci) – ripropone l’artificiosità della posa. Il rimando – a posteriori – a Blow-Up, partendo dal fallimento dell’indagine sollecitata dall’immagine fotografica (Cronaca di un amore), è quasi implicito. Come il confronto tra l’incipit del primo lungometraggio, con la stessa Lucia Bosè stretta e co-stretta dall’alto borghesia milanese in un vacuo dopo-teatro, e il prologo di La signora senza camelie: l’inquadratura dall’alto – una delle riprese aree tipiche del regista – tallona Clara Manni all’uscita dal cinema dove è appena stato proiettato il suo film, con tanto di carosello di commenti a gettarci subito nel conflitto chiave tra il pesce fuor d’acqua e l’ambiente che lo risucchierà.

lucia bosè e andrea checchi in la signora senza camelieI graffi d’autore sono in effetti ben visibili in quest’opera che ancora non allenta, tuttavia, il convenzionale impianto narrativo come nell’Antonioni posteriore: il tema del falso (prefazione ai Tre volti), il caso e il destino, il suicidio, l’evasione impossibile (l’amante), l’assenza di redenzione. E poi le visioni dechirichiane delle città (Venezia, Roma, Milano) e della casa di Gianni e Clara, le scene coi bambini, le scale (luoghi di passaggio, di incontro ma anche oggetto di arredo come nel piano americano di Lucia Bosè contro la finestra in una inquadratura dichiaratamente hopperiana), il gusto per la citazione d’arte (oltre gli stessi Hopper e De Chirico, anche la Battaglia di San Romano di Paolo Uccello nella villa del produttore). Per Alberto Moravia il risultato era un po’ troppo moralistico, ma a rivederla oggi La signora senza camelie rappresenta – sin nell’intreccio, già meta-cinematografico, tra le sue disavventure reali e quelle narrate dalla storia di Clara – un bel colpo di caso, e d’occhio, d’autore al confronto col cinema italiano e i suoi miti ingannevoli.

 

Regia: Michelangelo Antonioni
Interpreti: Lucia Bosé, Gino Cervi, Andrea Checchi, Ivan Desny, Alain Cuny
Durata: 105′
Origine: Italia, 1953
Genere: drammatico

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
4.67 (3 voti)
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