La Tigre e il Dragone

L'epica in leggerezza, quella praticata dalla tradizione orientale del "wu xia pian" tra cavalieri erranti e arti marziali, liofilizzata per il mercato occidentale da un quarantasettenne regista cinese di Taiwan trasferitosi negli Stati Uniti a ventiquattro anni e da sempre portato a contaminare in trasparenza, senza dar troppo a vedere, sguardi e culture.
La produzione è per metà cinese e per metà americana, con lo stesso Ang Lee a far da garante in qualità di produttore. I moventi dell'operazione sono del resto evidentemente "imperialistici", ma in senso reciproco, curiosamente, visto che a far da tramite tra i due mondi c'è di mezzo la Columbia Pictures Film Production Asia, braccio direttamente orientale di una major hollywoodiana di proprietà dei giapponesi della Sony. Come dire che la globalizzazione economica e spettacolare nutre se stessa globalizzando l'immaginario e spingendosi un bel po' più in là dell'ormai completata traslitterazione hollywoodiana dell'action movie honkonghese: qui si va alle radici di una cultura e alle origini di un tempo, seguendo un percorso inverso a quello praticato l'altro ieri dagli americani col cinema western.
Qui, però, il segno è la leggerezza. Al contrario di quella occidentale, questa è un'epica lieve, d'aria e d'acqua piuttosto che di terra e di fuoco, di gesti e di corpi piuttosto che d'armi e d'armature. E La tigre e il dragone ne incarna a perfezione l'eterea consistenza, l'immateriale grazia di corpi e colpi danzanti, di furori che esplodono con la forza libera del vento, di duelli sospesi a mezz'aria, volteggiando in poetica libertà da qualsiasi (forza di) gravità. La stupenda sequenza del duello sulle cime degli alberi – così dichiarata nella sua marziale immaterialità – ne è quasi un manifesto poetico, scritto con la mano del grande Yuen Wo Ping, straordinario coreografo dei combattimenti, maestro per i film di Tsui Hark e regista per Jackie Chan, nonché acclamato trainer sul set dei Wachowski di Matrix.
Come nella migliore tradizione epica orientale, il conflitto è tutto morale e ricade sulla furia dei combattimenti come una traccia etica da seguire sino infondo, legata a doppio filo alla consapevolezza del proprio destino. E' questo lo schema in cui si riflette la storia di Li Mu Bai, maestro d'arti marziali nella Cina del periodo della dinastia Ching, che deve recuperare la sua leggendaria spada dai magici poteri, rubata da un misterioso cavaliere mascherato. Il modello cinematografico cui attinge Ang Lee è chiaramente un maestro come King Hu, autore di due stupendi e storici "wu xia pan movie" come Pioggia opportuna sulla montagna vuota e La fanciulla cavaliere errante. L'intreccio di dramma epico e melodramma sovrappone in nobiltà di gesti amore e guerra, passione e odio, volontà e dovere. L'androginia pervade i corpi e i loro atti, sorvolando sullo schema eminentemente virile del genere. Nel segno – appunto – di una marzialità danzata e alleggerita da qualsiasi peso.
Titolo originale: Wo hu zang long
Regia: Ang Lee
Sceneggiatura: Hui-Ling Wang, James Schamus, Kuo Jung Tsai dal libro di Du Lu Wang
Fotografia: Peter Pau
Montaggio: Tim Squyres
Musica: Tan Dun, Yo-Yo Ma
Scenografia e costumi: Timmy Yip
Interpreti: Chow Yun-Fat (Li Mu Bai), Michelle Yeoh (Shu Lien), Ziyi Zhang (Jiao Long Yu), Chen Chang (Xiao Hu Luo), Sihung Lung (Sir Te), Pei-pei Cheng (Jade Fox), Fazeng Li (Governatore Yu), Xian Gao (Bo), Yan Hai (Madam Yu), Deming Wang (Tsai)
Produzione: Li-Kong Hsu, William Kong, Ang Lee per Asian Union Film & Entertainment/China Film Co-Production/Columbia Pictures Film Production Asia/EDKO Films/Good Machine/Sony Pictures Classics/United China Vision/Zoom Hunt International Productions Company
Distribuzione: Bim
Durata: 120’
Origine: Cina/Hong Kong/Taiwan/Usa, 2000

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