Le avventure di Pinocchio, di Luigi Comencini

Non sembra possibile potere parlare di Le avventure di Pinocchio, film del 1972, con le sue versioni televisiva, miniserie in sei puntate e la sua versione cinematografica di poco più di due ore e le due versioni home video, l’una ridotta e l’altra di durata canonica in cui erano riversate le sei puntate, senza dare un cenno della pregressa attività artistica di Luigi Comencini che a questo film approdò dopo un lungo lavoro, parte del quale per la televisione, indagando, come nessuno aveva fatto prima sul mondo dell’infanzia.

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Nel 1970, la RAI mandò in onda un suo lavoro in sei puntate che si chiamava I bambini e noi. Luigi Comencini con il suo microfono con il filo, oggi da considerarsi arcaico e la sua macchina da presa andò in giro per le città italiane, ma soprattutto nel meridione d’Italia, a caccia di storie di ragazzi, poco più che bambini, al fine di descrivere le loro condizioni di vita, il lavoro minorile e il loro rapporto con la scuola. Era un esperimento all’epoca, una novità, quella di fare diventare i minori, alcuni dei quali vivevano nel disagio, protagonisti assoluti di sei ore e passa di trasmissione. Così Luigi Comencini si fece conoscere al mondo vasto e variegato della televisione, ma da allora il suo sguardo verso l’infanzia fu uno sguardo autoriale e mai paternalistico e fu uno dei registi che meglio seppero interpretare il mondo infantile, aveva già riportato i sentimenti d’amicizia tra un adulto e un bambino in La finestra sul Luna Park, del 1957, la solitudine di un orfano benestante in cerca d’affetto con Incompreso, del 1966, avrebbe raccontato gli smarrimenti pre-adolescenziali del figlio di una coppia di ribelli sessantottini, ma oggi separati, in Voltati Eugenio, del 1980, le speranze di un ragazzo meridionale con Un ragazzo di Calabria, del 1987, per chiudere anche la sua carriera di regista con un Marcellino pane vino del 1991, storia classica e rifacimento del precedente film del 1955.
In mezzo a tutto questo gran lavoro sull’infanzia intervallato da altri film nella sua lunga carriera, ci sta Le avventure di Pinocchio che divenne, con gli anni un classico televisivo che ancora oggi si ricorda con piacere che diede notorietà al bambino protagonista, il giovane pisano Andrea Balestri restando sicuramente la riduzione più famosa dell’ancora più famoso romanzo di Carlo Collodi.
La storia, con alcune varianti del tutto insignificanti o quasi, è quella del romanzo collodiano. Pinocchio è un classico racconto di crescita, in cui l’egoismo infantile si lega alla naturale sfrontatezza e ad una ribellione nei confronti di ogni ordine costituito, sia esso famiglia, scuola, potere e qualsiasi altro venga in mente. Il racconto che vede al centro il burattino che diventa ragazzino è quindi un racconto di depurazione, di crescita e di miglioramento. Un percorso difficile in cui il superamento progressivo delle prove o il suo non superamento diventano altrettante fasi di presa di coscienza. Pinocchio è un racconto morale sulla devianza sociopatica, ma anche un romanzo sul potere avere un’altra possibilità ed è quindi anche un resoconto di possibili errori che si commettono nella vita e sulle loro conseguenze. È anche un romanzo sull’attenzione che va rivolta all’infanzia, un po’ i bambini che ci guardano e ci giudicano e l’avere scritto il racconto e girato il film è già prova di questa attenzione. Collodi, come Comencini vuole bene al suo minuscolo protagonista e come in un racconto tra il biblico, l’epico e il picaresco gli fa attraversare molte prove, come Ulisse, si trasformerà in animale, non in maiale, ma in asino, come Giobbe finirà nella pancia della balena, come Alice incontrerà animali parlanti dotati di una certa cattiveria e come ogni bambino cercherà sua madre che vive sotto le spoglie amorose e protettive di una fata che coprirà le sue malefatte e dall’altra parte il padre, il poverissimo Geppetto che sembra essere, con questo nome il padre putativo di questo burattino, insolente, credulone e sfaticato, ma in fondo dotato di una bontà che scoprirà tutta insieme e tutta intera alla fine del suo lungo peregrinare.
Comencini nel suo film, ci mette tutto questo e anche altro e a rivederlo, a distanza di molti anni, non ha perso lo smalto originario, sarà per la sua ambientazione privata da ogni coordinata temporale o forse per l’eternità dei personaggi e dei temi che affronta, ma il film coglie ancora nel segno riuscendo ad emozionare come all’epoca della sua uscita.
Va detto che gran parte della fortuna del lavoro televisivo e quindi di quello cinematografico che ne è la riduzione per le sale, è dovuta alla regia del regista lombardo che ha saputo imprimere un ritmo piacevole alle incalzanti avventure del piccolo protagonista. Ma sicuramente nella riuscita del film contano anche le presenze attoriali da quella di Nino Manfredi nel ruolo di Geppetto, minimale e accomodante, a quello di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, nei rispettivi ruoli del gatto e della volpe che sanno caricare i loro personaggi di quella furberia tipica della campagna italiana tanto da diventare due mariuoli da strapazzo, la bellezza popolare di Gina Lollobrigida, qui nella sua maturità, composta e perfetta nel ruolo della fata e poi il cameo divertito di Vittorio De Sica nel ruolo del giudice nel paese di Acchiappacitrulli che nel film non viene citato, ma esiste nel libro. Infine, proprio in ragione di quanto si diceva prima a proposito della pregressa attività televisiva dell’autore, il ruolo di Lucignolo venne affidato ad Domenico Santoro, un ragazzo napoletano che Comencini ebbe a conoscere proprio in occasione di I bambini e noi.
Pinocchio è anche l’occasione per rivisitare e ri-guardare il paesaggio italiano. Il tema del paesaggio è un tema che torna a proposito delle riduzioni del romanzo di Collodi e questo è successo, ed era inevitabile con la recentissima produzione della versione diretta da Matteo Garrone. In verità a rivedere il Pinocchio di Comencini crediamo che il regista romano abbia attinto molta ispirazione anche visiva da questo film, metabolizzandone gli esiti e amplificandone gli effetti. Uno di questi è proprio quello del paesaggio. Il film di Comencini sa immaginare un paese ideale e sa costruire un’iconografia di luoghi favolistici come ad esempio la casa della fata sul lago ed è un paesaggio che sa tornare consono agli occhi di un bambino in cui le distanze sono assolutamente invalicabili, ma anche possibilmente percorribili e soprattutto, ritorna il tema di quella differenza che sempre esiste e sempre è esistita tra paesaggio televisivo e del cinema. Sicuro e affidabile il primo, incerto e inaffidabile l’altro. Qui, il tema ritorna, ma al contrario. Per il Pinocchio che dovrebbe essere televisivo, il paesaggio è un luogo pieno di insidie e questo ci fa concludere in favore di un pensiero favorevole all’ipotesi secondo la quale Comencini, il suo Pinocchio lo abbia in realtà pensato per il cinema e solo successivamente adattato per la televisione. Il suo rapporto con la realtà, il suo indulgere quasi felliniano in alcuni momenti e il suo sguardo largo sull’Italia così tanto Toscana, in quelle immagini, ci fanno credere in questa non remota ipotesi.

 

Regia: Luigi Comencini
Interpreti: Andrea Balestri, Nino Manfredi, Gina Lollobrigida, Franco Franchi, Ciccio Ingrassia, Vittorio De Sica, Lionel Stander, Domenico Santoro
Durata: 134′
Origine: Italia, 1972
Genere: drammatico/fantasy

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.2

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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LE BORSE DI STUDIO PER CRITICA, SCENEGGIATURA, FILMMAKING DELLA SCUOLA SENTIERI SELVAGGI

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Il voto dei lettori
4.4 (5 voti)