Le bleu du Caftan, di Maryam Touzani

Un cinema materico in cui l’immagine narra costantemente le superfici. Entra nell’intimità dei personaggi intrecciando le loro storie con delicatezza. Un certain regard.

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È un cinema materico quello di Maryam Touzani che presenta Le bleu du Caftan alla 75° del festival di Cannes per Un certain regard.
Mina (Lubna Azabal) e suo marito Halim (Saleh Bakri) hanno un negozio di caftani nella Medina di Salé, in Marocco. Mina gestisce il negozio e le vendite, Halim è un maleem, un artigiano che confeziona gli abiti. I due sono sposati da 25 anni, Mina inoltre è gravemente malata. In negozio arriva un nuovo assistente, il giovane Youseff (Ayoub Missioui), che con il suo carattere mite e la sua passione nell’apprendimento attira subito l’attenzione di Halim, svelando i i segreti nascosti di questa coppia.

Touzani entra nell’intimità dei rapporti sempre con delicatezza, intrecciando le storie dei tre personaggi con la stessa cura e attenzione con cui Halim intreccia i fili dorati del caftano blu che sta confezionando per una ricca cliente.
L’immagine narra costantemente le superfici: il blu delicato del caftan, le stoffe del negozio, le venature dei legni, le fibre dei mandarini, i polpastrelli delle mani, le grinze della pelle dei corpi. La fotografia dipinge degli splendidi quadri giallo-arancio, restituendo una luce sempre calda, accogliente, nonostante la malattia della protagonista avanzi sempre più, inquadratura dopo inquadratura. Colore e superficie si fondono e la luce, attentamente studiata, dipinge i corpi, come nei quadri fiamminghi.
La regista gioca sulle contrapposizioni anche dei suoi personaggi: Mina, dal carattere sempre inquieto e forte, è come una roccia: amministra il negozio, la casa, la vita coniugale. Halim invece è il più fragile dei due, sempre remissivo, paziente e meticoloso nel suo lavoro, ma sofferente.
Tuttavia è in questi contrasti che risiede l’armonia della coppia, un equilibrio che nulla può scalfire: né la gelosia, né la nascosta omosessualità di Halim e neppure la malattia e la morte.
E per Maryam Touzani è l’amore a trionfare. Amore nel senso più profondo di accettazione di sé e dell’altro, nel suo significato di cura, di supporto reciproco, di desiderio del benessere dell’altro. È un cinema di dettaglio, il suo, che non abbandona mai i corpi, perché resta profondamente nella loro intimità, con uno sguardo mai giudicante. Attraverso questi corpi e la materia, la regista racconta anche il Marocco, e la città: lo sguardo si sposta dalla radio del negozio sotto casa di Mina e Halim, agli intonaci scoloriti delle strade della Medina, alle piastrelle della sauna che Halim frequenta e dove consuma il suo amore omosessuale.
Tutto è in armonia nel film, e anche se l’obiettivo non sembra essere commuovere lo spettatore con questa storia d’amore e di vita, sicuramente Maryam Touzani ci è riuscita.

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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.8
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Il voto dei lettori
4 (2 voti)
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