Lola, di Laurent Micheli

Dall’Efebo d’oro un road movie atipico che mostra la difficoltà del percorso identitario, con Benoit Magimel. Premiato dalla giuria come Efebo speciale Opera prima e seconda

“Karma karma chameleon,… I’m a man without convinction” cantano i Culture Club mentre Lola cerca di imparare i passi della danza con una prostituta e completare il suo tragitto verso il cambiamento di sesso. E’ un canto di libertà quello del secondo film di Laurent Micheli, la storia di un uomo che al di là degli ostacoli sociali e familiari, trova la convinzione di essere donna. Lola (Mya Bollaers) è una ragazza trans che è in lista d’attesa per l’operazione per cambiare sesso. Quando muore improvvisamente la madre dovrà confrontarsi con il padre Philippe (Benoit Magimel) e intraprendere con lui un viaggio verso la consapevolezza e il perdono.
Alla seconda opera dopo Even Lovers Get The Blues (2016), Laurent Micheli trova una cifra stilistica riconoscibile e tratta un argomento di grande attualità senza cedere alla retorica o alle regole della fiction televisiva. E’ vincente la scelta della protagonista, attrice transgender che comunica attraverso gli occhi o i movimenti nervosi delle mani, il crescente stato d’ansia derivato dal combattere con un corpo che non riconosce come proprio. Più che alle parole il regista belga si affida a un continuo salto di registro musicale (Puccini, I Culture Club, 4 Non Blondes, Raf Keunen) che segue gli alti e bassi emozionali dei protagonisti, e da un parsimonioso uso dei flashback. Proprio attraverso i ricordi di infanzia di Lola, in quel bambino riconosciuto diverso e quindi bullizzato, lo spettatore può avvertire il sentimento di inadeguatezza esistenziale, quel desiderio di chi non è stato amato per tutto quello che ha fatto per meritarsi di essere amato. Lola stringe un patto di alleanza con la madre contro un padre burbero ma fondamentalmente in buona fede e cerca una via di fuga da un passato di botte e di razzismi. Il dualismo con il padre reazionario riesce bene grazie alla magistrale interpretazione di Magimel che prima mostra il suo lato violento e autoritario poi con il tempo lascia intravedere un vissuto doloroso fatto di rinunce e di fallimenti. Philippe comincia ad ammorbidirsi quando viene in contatto con realtà diverse dalla sua: gli amici di Lola, la tenutaria del bordello che lo esorta a tornare a guardare le stelle. Il viaggio in macchina è anche un vicendevole indossare il punto di vista dell’altro: probabilmente i due rimarranno nella stessa posizione ma cominceranno a rispettarsi.
La musica fa da collante a questo tentativo di riappacificazione prima il Vissi d’Arte dalla Tosca di Puccini durante una notte di tempesta e poi il What’s Up delle 4 No Blondes gridato a squarciagola dal finestrino della macchina. Il tessuto sonoro ricorda a Lola i momenti magici di quando madre padre e figlio con il telescopio indovinavano il nome delle costellazioni (la preferita di Lola era la forma dell’unicorno). Fondamentali sono anche le scene in cui Lola viene discriminata per il suo genere prima in farmacia e poi dai poliziotti della stradale: in Philippe nasce spontaneo un sentimento di difesa, di protezione della figlia dalla insensibilità del mondo. E il ricordo della madre diviene il tassello definitivo per ricomporre un’unità familiare apparentemente disintegrata e simboleggiata dalla macchina in fiamme.

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Premiato all’Efebo d’oro nella sezione opere prime e seconde, Lola è un road movie atipico che mostra la difficoltà del percorso identitario di una giovane transgender. E’ anche un magnifico spaccato di conflitto generazionale in cui il figlio insegna al padre che la pietà non deve mai cedere al rancore. Lola guarda sé stessa bambino giocare serenamente con gli altri compagni: adesso può tornare a guardare il cielo e riconoscere nelle stelle un unicorno.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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