Marguerite, di Xavier Giannoli

Ci sono tanti film diversi in Marguerite, ritorno alla regia di Xavier Giannoli dopo Superstar. E questo è in parte il motivo del suo fascino ma anche di una sua fragilità. Il punto di partenza è raccontare con la raffinatezza formale della commedia in costume, la follia dell’impulso artistico e il confine tra ossessione, immaginazione, realtà, fallimento e successo. Il cineasta francese si ispira alla vita reale della cantante americana Florence Jenkins, entrata nella “Storia” per la sue scarsissime qualità canore che divennero motivo di scherno e di fascino morboso presso l’alta società, trasportandole però in Francia e inventando un personaggio nuovo: Marguerite Dumont. La donna ha il volto e la fragilità di Catherine Frot, a suo modo perfetta nell’incarnare la stravagante mediocrità di una donna con tanta passione e nessun talento.

catherine frot e denis mpunga in margueriteA un primo sguardo il cinema di Giannoli sembrerebbe denunciare i soliti problemi di una visione di superficie, dove la macchina da presa sorvola ogni sentimento, incrinatura o complessità in nome di un controllo della materia pulito, né sufficientemente astratto nè veramente viscerale.

E questi sono caratteristiche che anche Marguerite sotto molti punti di vista conferma. Eppure stavolta il cineasta francese prova aprirsi ad alcuni squilibri, che proiettano il film in una dimensione onirica e decadente a suo modo affascinante. Ci sono soprattutto un paio di intuizioni molto interessanti. La prima è usare Marguerite come vertice da cui partire per tracciare tutta una serie di personaggi secondari che danno un’anima viva al film e un colore romantico e nostalgico all’epoca raccontata: il giornalista Lucien e la giovane cantante Hazel che si innamorano incontrandosi prima di un’esibizione della protagonista, il poeta dadaista Kyryl, la figura ambigua del maggiordomo burattinaio Maldebos. Giannoli costruisce una fauna umana e freak che dialoga con la follia della protagonista creando relazioni, illuminazioni e coni d’ombra. Da questo punto di vista la parte maggiormente riuscita è proprio il prologo, in cui la cantante sembra relegata costantemente in fuori campo, proiezione allucinata di un salotto di uomini in maschera. La seconda intuizione – in larga misura legata alla prima – è quella di inserire la parabola della sua eroina in un contesto storico-artistico preciso: quello delle avanguardie a cavallo tra le due guerre. La negligenza canora di Marguerite viene così all’inizio usata come potente arma sovversiva con cui demolire la cultura aristocratica a cui la protagonista stessa vorrebbe ambire. Quasi inconsapevolmente la mancanza di talento diventa stile, reazione a un equilibrio sociale ed estetico da mettere in discussione.

Christa Théret e Sylvain Dieuaide in MargueritePoi a un certo punto Giannoli decide di cambiare strada e di mettere al centro del palcoscenico la sua protagonista, con la sua infelicità sentimentale causata dal marito infedele che diventa il controcanto alla passione della musica. Il film si ingolfa nelle lezioni canore a cui Marguerite prova a sottoporsi per diventare una vera cantante lirica, gli spazi claustrofobicamente si chiudono e alcuni personaggi spariscono per poi ricomparire nel finale in cui alla donna attraverso un grammofono viene finalmente fatta ascoltare la sua voce. La rivelazione del fallimento artistico diventa a sua volta performance, rappresentazione drammatica da immortalare con uno scatto in bianco e nero, quasi a definire una volta per sempre un (im)possibile punto comune tra vita e arte.

Titolo originale: id.

Regia: Xavier Giannoli

Interpreti: Catherine Frot, André Marcon, Michel Fau, Christa Théret, Denis Mpunga, Sylvain Dieuaide

Distribuzione: Movies Inspired

Durata: 127′

Origine: Belgio/Francia/Repubblica Ceca 2015