May December, di Todd Haynes

In Concorso a Cannes 76, è un film con cui Todd Haynes sembra volersi prendere gioco di tutto e tutti. Ma stavolta è davvero difficile divertirsi per questo straniamento indotto, a distanza

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BANDO BORSE DI STUDIO IN CRITICA, SCENEGGIATURA, FILMMAKING

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L’incessante operazione di catalogazione di generi e canoni portata avanti da Todd Haynes in tutta la sua carriera, riattraversando il linguaggio delle origini del cinema così come il mélo, il biografico, il musical o recentemente il court drama, arriva con May December a toccare quella formula dai contorni sfumati, frequentata soprattutto negli anni ‘80 a partire da certi autori come Brian De Palma o Barbet Schroeder e giù giù fino alle produzioni midbudget e a prodotti tv, incentrata su morbose storie di famiglia, doppi conturbanti, segreti piccanti e patine sulle immagini quasi a suggerire le tende socchiuse di una camera da letto. Ci vorrebbero i colori dell’inseparabile Ed Lachmann ma questa volta lo sguardo dell’autore parla la palette, abissalmente più fredda e iperrealista, della fotografia di Christopher Blauvelt: magari è così che, lontano dal paradiso, Haynes si immagina l’inferno oggi, come l’insieme di grotteschi rituali borghesi di provincia che non vedono l’ora di essere raccontati sullo schermo come architettura vuota di non detti.
Forse è davvero una riflessione sulla narrazione catodica, dai serial pruriginosi a cavallo tra Ottanta e Novanta fino alla televisione reality dei canali tematici di oggi, ossessionata da storie come questa, dai tabù come quello di una donna che mette al mondo i figli di un compagno minorenne. E così tutto il film sembra costantemente volerci tenere in scacco, come fa il tema della colonna sonora che fa capolino spessissimo a suggerire un senso sotteso alle immagini e ad alcune sequenze, una tensione che non ha mai modo di esplodere e nemmeno di mostrarsi in superficie, ma rimane latente, a confondere i piani dl lettura di una storia che ha invece l’intenzione, almeno apparente, di mostrarsi alla luce del sole.

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Il personaggio interpretato da Natalie Portman decide infatti di passare un po’ di tempo a stretto contatto con la famiglia composta dall’adolescente Joe e dalla sua compagna Gracie (Julianne Moore), una donna di mezza età che è in sostanza il mistero intorno a cui si costruisce l’indagine dell’opera: Elizabeth (appunto, la Portman) è infatti un’attrice che si sta preparando a interpretare il ruolo di Gracie per il suo prossimo film. La relazione tra Gracie e Joe, iniziata quando il ragazzo aveva 13 anni, è stata infatti uno scandalo nazionale, ma la coppia ha retto nel tempo, diventando genitori.
Haynes si prende gioco un po’ di tutto e tutti, dai personaggi alle situazioni raccontate (la visita di Elizabeth ad una classe di liceali, il fulmineo amplesso adultero, e così via) e costruisce l’attesa per una rivelazione che non c’è, un giallo senza soluzione perché senza delitto, un meccanismo che promette un’epifania che rimane costantemente rimandata, appesa, verosimilmente inibita. Ma stavolta è davvero difficile partecipare al meta-divertimento per questo dispositivo ridotto all’osso, mostrato a vista (le due attrici che si somigliano sempre di più, e poi specchi e riflessi, finti colpi di scena, ecc), scientificamente frustrato e disinnescato.
May December ha tutta l’aria di essere un film destinato a generare una quantità esponenziale di teorie e interrogativi, e anche questo fa parte della maniera sorniona con cui Haynes ci prende in giro: basterebbe porre l’attenzione alla recitazione puntualmente straniata e depotenziata delle due interpreti principali. Ogni cosa qui sembra pensata per tenerci lontani: non resta che da registrare la misura della distanza.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2
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Il voto dei lettori
3.33 (9 voti)
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