Cattive acque, di Todd Haynes

1975, Parkersburg, West Virginia. È notte: tre ragazzi ubriachi parcheggiano sulle rive del fiume Ohio, scavalcano la recinzione di un impianto industriale e si tuffano in acqua. L’inquadratura li coglie ora dalle profondità del fiume per poi avvicinarsi minacciosamente alla ragazza nuda mentre nuota: il riferimento, sin troppo evidente, è alla “soggettiva dello squalo” in Jaws di Spielberg (che esce non a caso proprio in quel 1975…), solo che questa volta il male è ancor più invisibile aleggiando sulla superficie dell’acqua per rivelarsi molti decenni dopo. In quel fiume, infatti, viene periodicamente gettato dell’acido perfluoroottanoico (PFOA) come scoria di una multinazionale.

1998, Cincinnati, Ohio. Il giovane avvocato Robert Bilott è appena diventato socio di uno dei più importanti studi della città, la sua vita è tranquilla e la sua carriera è sulla rampa di lancio, almeno sino a quando un allevatore di Parkersburg (Wilbur Tennant) lo invita a indagare sulla inspiegabile moria e le molte malformazioni degli animali del luogo. Il contatto tra i due è stato agevolato dalla nonna di Robert che abita proprio nel West Virginia, quindi da una radice “provinciale” che il brillante avvocato tenta inutilmente di nascondere. Da qui inizia una battaglia legale lunghissima (circa vent’anni dalla prima citazione alla class action collettiva) per cercare di dimostrare una diretta relazione tra i residui di PFOA provenienti dall’azienda del gruppo chimico DuPont e gli strani casi di malattie e deformità che colpiscono anche le persone.

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Cattive acque si muove in questo perimetro di referenze cinematografiche (dal thriller all’impegno civile della New Hollywood che quest’anno ci ha già regalo l’ottimo The Report) e cronachistiche (il film si basa su un articolo del New York Times che descrive il reale caso giudiziario). Un progetto nato dalla volontà di Mark Ruffalo – qui produttore e straordinario protagonista – che nelle mani di Haynes e dell’abituale direttore della fotografia Ed Lachman si trasforma in un film oltremodo perturbante che aderisce con la consueta perizia stilistica al genere di riferimento (questa volta il legal thriller), ma nel contempo inquieta lo spettatore con inquadrature che sottintendono un male incombente che preme dal fuori campo (riecheggiando Safe). Ecco che se i vent’anni di indagine di Robert e le varie fasi della sua inchiesta sono sciorinate con rigore e ritmo sostenuto  (tra Pakula e Pollack), i momenti di forte tensione del protagonista sono invece sottolineati da una dilatazione temporale che tende a rendere visibile ogni dubbio etico (tra Michael Mann e Gus Van Sant). Ed è proprio in questo scarto che Todd Haynes libera il suo sguardo (e il suo cinema) all’interno di un plot evidentemente blindato in partenza. Il regista di Lontano dal Paradiso alterna momenti di pedinamenti paranoici tra parcheggi o archivi isolati, a momenti di accelerazioni melodrammatiche come nella notevole sequenza del “racconto” di Robert che unisce sua moglie, il suo capo, il suo avversario e il suo cliente, svelando le verità nascoste in un crescendo emotivo.

Certo, il film mette sul tavolo un po’ troppe informazioni e narrazioni incrociate, non riescendo sempre a mantenere il giusto equilibrio. Sarah – la moglie di Robert interpretata da una convincete Anne Hathaway – trova raramente il tempo per farci percepire la sua condizione emotiva, tranne in una bellissima discussione con il capo dell’ufficio legale (interpretato da Tim Robbins). Le stesse vittime del PFOA appaiono solo come fugaci funzioni a servizio del protagonista. Ma, come sempre in Haynes, è l’universo interiore di un singolo personaggio a fagocitare ogni percezione filtrando la realtà intorno e le dinamiche sociali nelle simboliche superfici riflettenti che schermano le nostre interpretazioni.

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Insomma, la vera vicenda giudiziaria getta un’ombra a dir poco oscura sull’utilizzo diffuso di sostanze chimiche potenzialmente cancerogene (come il teflon), disegnando nel contempo un dispositivo di potere strettamente connaturato al tardo-capitalismo muscolare delle multinazionali. Un potere difficile da arginare se non a costo di tempo e sacrifici personali per arrivare a vittorie parziali che ristabiliscano i diritti fondamentali del singolo cittadino. Siamo quindi di fronte a un film hollywoodiano che elegge l’ennesimo eroe liberal e senza macchia ritracciando le coordinate utopiche dell’essere americano? Forse sì, ma il volto sempre contratto di Mark Ruffalo incastonato in insistiti primi piani e il tempo differito delle sue emozioni immerse nelle cattive acque della nostra epoca ci riconsegnano una commovente parabola umana che lascia significative tracce di pensiero. E non è certo poco.

 

Titolo originale: Dark Waters

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Regia: Todd Haynes
Interpreti: Mark Ruffalo, Anne Hathaway, Tim Robbins, Bill Camp, Victor Garber, Mare Winningham, William Jackson Harper, Bill Pullman
Distribuzione: Eagle Pictures
Durata: 126′
Origine: USA, 2019

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
3.22 (9 voti)