Milano, via Padova, di Flavia Mastrella e Antonio Rezza

Che Italia era quella del 2011 in cui Antonio Rezza si aggirava per via Padova, la “Brooklyn milanese”, con un microfono attorcigliato a mo’ di escescenza del dito indice da puntare ai passanti? Pisapia si giocava il ballottaggio per la sedia da sindaco, la fobia dell’invasione migrante serpeggiava già (o come sempre) per le strade, e gli italiani sembravano già (o oramai) abituati a schierarsi in modalità “inchiesta tra la gente” non appena una piccola troupe si fosse palesata alla fermata del tram.
Da subito stupisce la reattività istantanea degli intervistati a calarsi immediatamente nella parte della vox populi per l’eventuale format giornalistico da marciapiede, sia esso Iene, Striscia o Report, come se venisse intuita d’impulso una sorta di comportamento prefissato e di range di risposte da cui attingere, per posizionarsi da una parte o dall’altra del sondaggio sul “tema scottante”.

Ecco, prima ancora che uno strumento lucidissimo di decostruzione del luogo comune e dei pensieri più o meno legittimi, l’esperimento di RezzaMastrella si rivela come un necessario sabotaggio dello strumento del “microfono aperto”, e del linguaggio stesso del giornalismo d’inchiesta nell’epoca citizen: non è un caso infatti che le riprese del film, effettuate in un fine settimana di maggio attraversato dalla manifestazione itinerante “via Padova è meglio di Milano”, abbiano mantenuto la loro irrequietezza anche cinque anni dopo, quando nel 2016 l’opera fu montata e fatta girare nei circuiti off, e ancora oggi quando il Nuovo Aquila di Roma le dedica una serata, il prossimo giovedì 16 alla presenza degli autori.

E non si tratta solo di constatare violenze e contraddizioni insite lì come adesso nelle dichiarazioni degli “elettori”, quanto di sottolineare l’urgenza mai domata del gesto di Antonio Rezza e Flavia Mastrella, della volontà eversiva di portare alle estreme conseguenze qualsiasi esternazione, da quella più moderata e benpensante a quella livorosa ed aberrante. Non esiste faccia giusta e affermazione da servizio di tg che possano mettere in salvo dal metodo di rovesciamento del senso delle nostre parole caro all’intervistatore Rezza, che incastra il ragionamento e rilancia con provocazione scientifica, chirurgica: poco importa se le risposte provengono da anziani, giovani, milanesi doc o acquisiti, fieri xenofobi o posati progressisti, la lingua del dialogo è talmente reinventata, azzerata, neutralizzata da potersi porre alla stessa maniera anche con le anatre nel parco.
Il cortocircuito fa brillare ogni valore come una miccia corta, e alla fine non resta che tentare di ripartire dall’arma del canto, raccolto in ogni occasione e in mille idiomi differenti durante le riprese: è in queste voci diverse che intonano strofe e motivetti che RezzaMastrella trovano la chiave per fondare una lingua nuova, universale e postumana, che non dia alcun concetto per scontato, neanche quelli giudicati inamovibili come lavoro, famiglia, ospitalità…