Moving On, di Yoon Dan-bi

Una mano lieve e sicura quella dell’esordiente cineasta coreana, in uno spaccato di vita familiare dove tutto sembra scorrere impassibile e invece ogni istante diventa cruciale. In concorso al #TFF38

Il tempo sembra passare senza che apparentemente succeda niente. Dopo lo spostamento iniziale il protagonista di Moving On diventa la casa. Lì si rimettono in moto i legami e i contrasti familiari. Ed è soprattutto il luogo della memoria. La foto in bianco e nerodel matrimonio del nonno con la moglie nell’inquadratura finale riporta a galla la memoria del cinema di Yamada. I protagonisti hanno una storia da raccontare proprio per la vita, a loro modo unica, che hanno vissuto. C’è un momento molto intenso in Moving on ed è quello in cui il nonno ascolta una canzone carica di nostalgia che lo fa commuovere mentre la nipote lo guarda dalle scale. È incerta se andare da lui o restare lontana. Ed è proprio su questa incertezza di ogni gesto che partono le molteplici direzioni di Moving On. Dal titolo, un film sul movimento, ma che è fatto soprattutto di gesti, di sguardi, della ricerca di una provvisoria armonia e stabilità.

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Durante le vacanze estive il padre porta i figli Okju e Donju a casa del nonno a causa dei loro problemi economici. Il più piccolo Donjiu, si adatta facilmente mentre la più grande, Okju, è spesso arrabbiata e nervosa. L’arrivo della zia, che sta per divorziare, porta allegria in casa e anche la ragazzina sembra più contenta. Intanto però le condizioni di salute del nonno si stanno aggravando.

Tutto scorre. Ma in Moving On la cineasta coreana Yoon Dan-bi, al suo primo lungometraggio dopo il corto Fireworeks del 2015, potrebbe aver messo in gioco anche parte della sua passata vita familiare in cui il suo sguardo coincide con quello di Okju. “Un giorno, di ritorno dalla scuola – ha affermato un nostro amico cominciò a raccontarci una storia sulla sua famiglia. Poco dopo anche altri si unirono alla conversazione e finimmo per condividere problemi che ciascuno aveva con i propri familiari. Ascoltando i loro racconti, provavo un senso di sollievo che confermava l’assoluta normalità delle mie problematiche familiari. Purtroppo, però, allora non ho condiviso la mia storia. Per questo motivo ora ho deciso di realizzare questo film: come risposta alla domanda di quel pomeriggio, rimasta così a lungo in sospeso”. C’é l’intimità della famiglia a tavola, le scene di allegria con il figlio piccolo che si esibisce e balla. Sotto si avverte quella crudeltà invisibile che potrebbe arrivare dal cinema di Hong Sang-soo.

La mano della cineasta trentenne è lieve e sicura, racconta desideri (l’operazione per rifarsi gli occhi) e tormenti (“Io non sogno più” dice Okju alla zia). A volte si avverte il sospetto del vizio di costruzione di ogni scene, paradossalmente sugli esterni, come quella di sera in cui il padre parla con la zia. Probabilmente c’è però l’esigenza anche di poter raccontare i momenti di vita vissuta in rapporto ai luoghi. In ogni inquadratura c’è una storia. Le difficoltà economiche sono racchiuse in uno dei momenti più forti del film, quello in cui Okju cerca di vendere un paio di scarpe facendole passare per sneakers di marca e poi torna a casa con il padre dopo la denuncia in polizia. In più c’è il bisogno di soldi che diventa necessaria forma di egoismo: il nonno nella casa di riposo e la casa da vendere.

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Il tempo passa. Tutto scorre. In realtà lì dentro la casa di Moving On c’è tutta una vita. E l’intimità e la semplificità con cui Yoon Dan-bi l’ha raccontata, ha scaldato il cuore.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
2.67 (3 voti)
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