Nel cuore del cinema afroamericano: Incontro con Odie “Odienator” Henderson

In occasione dell’uscita del nuovo numero di Sentieri selvaggi Magazine, interamente dedicato al cinema “black”, riproponiamo questa nostra intervista a Odie “Odienator” Henderson, critico americano esperto di blaxploitation.

 

Si può essere essere ‘black cool’ soltanto restanto seduti in un cinema? ”Odie “Odienator” Henderson continua a rimasticare Coffy (1973) sullo schermo come se fosse la prima volta. Odienator sa essere cool esibendo la propria indifferenza, o meglio, la distanza che lo separa dall’oggetto del suo amore. “Forse lo schermo mi avrà pure fuso il cervello, ma i film mi hanno evitato di cacciarmi nei guai e di proteggere le rotule”, grato e felice che la televisione gli abbia fatto da balia durante la sua infanzia nel New Jersey.

Ma il merito è soprattutto della madre che lo ha esposto a Sneak Previews, il leggendario salotto di critica cinematografica condotto dai due rivali Roger Ebert e Gene Siskel. “Guardavamo lo show su uno schermo in bianco e nero, la mia passione per il cinema e la mia ammirazione per Roger vengono tutte da lì”. Odienator ha avuto l’onore di entrare nella squadra dei ‘Far-Flung Correspondents’, un gruppo di critici provenienti da diversi paesi capitanata dal più celebre critico cinematografico americano.

 

odienator (1)Insieme al resto della cricca, Odienator è responsabile della programmazione dell’Ebertfest, una rassegna non competitiva che andrà avanti nonostante la recente scomparsa del suo ideatore. Storico corrispondente del Chicago Sun Times e campione di un critica partecipativa, Ebert ha dimostrato che si può discutere di cinema in televisione in modo schietto e assegnare stelle senza rinunciare al rigore nell’analisi. Negli Stati Uniti Ebert è stato per la critica cinematografica quello che Robert Christgau è stato per quella musicale.

”Mi ricordo che una volta Roger, mi ha assegnato la recensione di un strano documentario. Ma cosa diavolo ci faccio io con un film sulla vita dei procioni lavatori? – gli ho detto”. Quando Odienator ha lo incontrato di persona, Ebert utilizzava una voce artificiale ed era già gravemente malato: ”Roger non distribuiva mai le recensioni a caso. A volte andava incontro ai tuoi gusti, ma spesso voleva metterti alla prova, assegnandoti qualcosa di insolito per incoraggiarti a essere creativo”, ricorda con molta nostalgia Odienator.

La cosa che colpisce di più in Odie Henderson è il fatto che ne sappia una in più del diavolo sul cinema afroamericano. Dopo aver presentato un film al pubblico, si lascia andare placidamente sulla poltrona di una sala di Cracovia, da bravo soldato cinefilo in trasferta. Gli chiedo perché nella sezione ”Black American Cinema che ha curato per il festival Off Plus Camera non ci siano pellicole di Spike Lee: ”Non siamo riusciti a ottenere i diritti di riproduzione. Avrei voluto proiettare Crooklyn (1995), forse il film più personale che Spike abbia mai girato”.

Odienator è un estimatore del cinema di Spike. Quando si parla di razzismo sul grande schermo non posso fare altro che tirare fuori il nome di D.W. Griffith. Nel suo apologo del Ku Klux Klan La nascita di una nazione (1915), il padre della regia moderna aveva inserito una scena di linciaggio di un afroamericano accusato dello stupro di una donna bianca. Odienator rimane di stucco quando gli dico che Lee aveva girato durante gli studi alla New York University il corto The Answer (1980) sui dilemmi di un regista di colore che riceve di 50.000 dollari per girare un remake di La nascita di una nazione.

Proprio come molti altri pionieri di Hollwwood, D.W. Griffith faceva ricorso al Blackface, una tradizione proveniente dai minstrel shows per i ruoli di personaggi afroamericani: ”I blackface, tranne in pochissimi casi come nel musical Stormy Weather (1943), erano attori bianchi con la faccia spalmata di sughero bruciato o di lucido per le scarpe”. In L’uomo caffelatte (1970), una commedia irriverente di Melvin Van Peebles interpretata dall’attore di colore Godfres Cambridge, il protagonista si dipinge il viso di bianco per interpretare di ruolo di un assicuratore sciovinista che scopre all’improvviso di essere diventato nero.

Quando si parla di race movies, discutiamo della figura di Oscar Micheaux che aveva lavorato come lustrascarpe, e poi come facchino di carrozze letto, prima trovare la sua Hollywood a Chicago. ”Come produttore era uno che aveva fiuto per gli affari. Era riuscito a creare un universo parallelo a quello dei bianchi nell’era del cinema muto. Le sue pellicole mostravano che anche gli uomini di colore potevano essere educati, onesti e benestanti”. Confezionati su misura per il pubblico afroamericano, i race movies erano proiettati spesso di mattina nelle stesse sale del circuito dei bianchi ai tempi della segregazione razziale.


odienator2Henderson può vantare una conoscenza enciclopedica del cinema blaxploitation, per il quale Quentin Tarantino da sempre va in brodo di giuggiole. ”Van Peebles non è semplicemente l’iniziatore di un genere. Si era fatto persino prestare 50.000 dollari da Bill Crosby per girare Sweet Sweetback’s Baadasssss Song nel 1971 con un cast interraziale. Con lui è nato il cinema indipendente afroamericano”. Qualche mese dopo esce Shaft con la colonna di culto di Isaac Hayes che ha tirato fuori la MGM dai guai. Le altre major hanno capito subito che le pellicoleblaxploitation potevano offrire un tesoretto da utilizzare nei periodi di magra.

Odienator sfoggia senza ostentazione una t-shirt con Pam Grier durante una proiezione di Coffy in una sala mezza piena nel centro storico di Cracovia. Ricordo l’entusiasmo di mia cugina nel vedere Pam Grier sullo schermo fare la pelle a tutti quegli spacciatori in un mondo dominato dagli uomini. Questo film ha dato una spinta a molte sorelle che volevano emanciparsi negli anni Settanta”. In film come Superfly (1972), la cocaina scorre a fiumi come se fosse un cosa normale, mentre Coffy è il primo esempio del genere che contiene una condanna netta sull’uso della droghe. Alla fine Pam Grier è piaciuta così tanto a Tarantino che l’ha voluta in Jackie Brown (1997), un film che ha Spike Lee non ha mandato giù.

Si finisce inevitabilmente per parlar del tweet virulento di Spike Lee su Django Unchained: La schiavitù americana non è stata uno spaghetti western. E stato un olocausto. I miei antenati erano schiavi deportati dall’Africa. Io voglio onorarli”. Mi viene in mente la polemica che aveva coinvolto Giorgio Bocca e lo stesso Lee accusato di aver attentato alla memoria partigiana girando Miracolo a Sant’Anna (2008). Proprio come il giornalista italiano aveva fatto allora, Spike Lee ha giudicato un film senza averlo visto. Odienator ha la sua teoria al riguardo: Lo schiavismo è soltanto lo sfondo che Tarantino ha scelto per ambientare il suo eccellente revenge movie. Spike ha tutti i numeri per girare un film che tratti seriamente l’argomento”.

La conversazione scivola poi sugli anni Ottanta, cominciati in modo anonimo per il cinema afroamericano. Nessuno sembrava più disposto a succhiare dalla mammella della blaxploitation: Sono arrivate le commedie dell’integrazione razziale interpretate da Eddie Murphy. Gli afroamericani sono stato stati assorbiti dalla macchina hollywoodiana”. Quando gli racconto che la stella porno di Brooklyn Sean Michaels ha avuto spesso difficoltà a girare scene di sesso interraziale con donne bianche, Odienator ammette: Forse è rimasto soltanto un tabù. Un blockbuster interpretato da un cast interamente nero non l’ho mai visto. Le major hanno paura che il pubblico bianco non gradirebbe. A Hollywwod ancora una volta si sbagliano”.