Nel nome della terra, di Édouard Bergeon

Nel nome della Terra non è una poesia, ma una promessa: nata da un bisogno, ormai improrogabile, di rivelare al mondo la dolorosa realtà agricola francese tra la fine del secolo scorso e gli anni duemila, omaggiando le vittime schiacciate dalla durezza del processo di globalizzazione del settore e al tempo stesso magnificando la bellezza della vita di campagna, dove la terra è il vero casolare, dove ancora esiste(va) il sogno di una realtà incontaminata basata sulle soddisfazioni che derivano dal duro lavoro e da un rispetto reciproco tra uomo e natura.

Il regista Édouard Bergeon, reale protagonista della vicenda biografica di cui racconta in questo suo primo lungometraggio di finzione, mette in scena – dopo vent’anni dai fatti realmente accaduti – uno scorcio della sua vita familiare, ambientata nel mondo contadino e distrutta da una tragedia che l’ha colpito da adolescente. La storia è dedicata al padre del regista, che non aveva ereditato ma aveva anzi dovuto comprare l’azienda agricola del padre, iniziando il suo percorso già immerso in un debito difficile da sostenere e peggiorato ulteriormente negli anni, portandolo infine a una caduta dopo la quale non è stato possibile rialzarsi.

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Il lungometraggio arriva dopo I figli della terra (2012), suo documentario di debutto e che a sua volta portò alla luce le scabrosità di quel mondo agricolo a cui è sempre stato legato. Sono chiare le intenzioni dell’autore, che crescendo ha palesemente maturato un desiderio di denuncia verso un sistema che ha pressato l’economia agricola per tutto l’ultimo ventennio, “obbligando” i contadini a modernizzarsi e diventare imprenditori, costretti a cercare forme sempre più intensive ed efficaci per allevare e coltivare nel minor tempo possibile, con una manutenzione che non basta mai, sempre insoddisfacente e massacrante. Bergeon si preoccupa soprattutto di raccontarlo dal punto di vista umano, come se la vera denuncia fosse il ricordo di quei giorni felici, così nitido, così significativo di tutto ciò che, se fosse andata diversamente, avrebbe potuto avere dalla vita “con la terra” e dalla vita con suo padre, uomo che ha cercato di accrescere il suo stato adattandosi al sistema ma rimanendo vittima dello stesso.

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Si tratta sì di una denuncia al capitalismo attuale, ma anche al passato, in cui mai si guardava oltre le proprie mani, raccontato attraverso il rapporto padre-figlio e relativo conflitto, evolutosi in diverse generazioni proprio come nel mondo agricolo e diventando più progressista: mentre il nonno vive nella credenza che oggi basti (e sia giusto) il solo duro lavoro per ottenere dei risultati, non accettando i cambiamenti che avvengono al di fuori, non comprendendo la realtà attuale sempre più frenetica e pretenziosa, il padre prova a “migliorare” la sua condizione sacrificante in modo da poter vivere meglio in futuro e poter così condurre una vita più ricca di scelte e possibilità per lui, per la sua famiglia e per un’intera generazione contadina. Questo distacco generazionale determinativo era obbligatorio che fosse menzionato, poiché non privo di responsabilità per quanto riguarda la decisione finale del protagonista, sulle cui spalle grava un forte desiderio di essere accettato dalla figura paterna, e se nel passato si avesse avuta un’idea diversa sul lavoro – ovvero non pensare solo al lavoro fine a se stesso, ma anzi lottare per avere delle possibilità – oggi le cose sarebbero molto diverse.

La storia è quella di Pierre Jarjeau, interpretato da un bravo Guillaume Canet, che ripercorre rapidamente le tappe di una vita all’insegna “dell’avventura” contadina: dal ritorno a casa in Francia dopo aver passato diversi anni a lavorare in un ranch in Wyoming, Stati Uniti, seguendo le scie paterne nel prendere il gestione la fattoria di famiglia, passando poi per la vita coniugale felice con i due figli amati, forte di avere dalla sua un’attività con un futuro certo grazie alle potenzialità del suo lavoro, fino a quell’oscurità che si fa via via sempre più ingombrante, fatta di debiti accumulati e situazioni tumultuose che minacciano quei giorni felici. Questa trama è raccontata anche attraverso la fotografia, che trasforma quella terra luminosa, colorata, una casa piena di ricordi d’amore immersa in ambientazioni quasi da favola, in un ambiente drammatico e privato della sua luce, fino a quell’immagine che si ferma sul mazzo di spighe dorate che il padre anziano pone sulla tomba del figlio, forse ammettendo la sconfitta di entrambe le generazioni, entrambe schiacciate dal proprio sistema monolitico.

“Ogni due giorni in Francia un contadino si suicida.” La sinossi di una realtà cruda che vive nelle estreme conseguenze che subisce il mondo contadino odierno a causa del progresso industriale. Un’avviso atroce che vorrebbe trasformare la storia di un uomo in quella di tanti, ma che non riesce a fare integralmente, nel momento stesso in cui gli scorci della vita di Pierre sono condizionati anche da fattori esterni alla globalizzazione, dimenticando per più di un momento di stare raccontando un pericolo globale più che personale.

Titolo originale: Au Nom de la Terr
Regia: Edouard Bergeon
Interpreti: Guillaume Canet, Veerle Baetens, Anthony Bajon, Rufus, Samir Guesmi, Marie-Christine Orry, Yona Kervern, Emmanuel Courcol, Michel Lerousseau, Solal Forte, Mélanie Raffin
Distribuzione: Movies Inspired
Durata: 103′
Origine: Francia, Belgio, 2019

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
2.5 (2 voti)