Ocean’s 8, di Gary Ross

Danny Ocean aveva una sorella di nome Debbie. Nessuno ce lo aveva raccontato nella trilogia di Steven Soderbergh, ma è la prima cosa che veniamo a scoprire nella scena d’apertura di questo reboot al femminile. La donna (Sandra Bullock) ha in testa un colpo, che ha pianificato nei minimi dettagli durante i cinque anni trascorsi in carcere. Le servono però otto soci. O meglio socie. “Non voglio un lui” dice perentoriamente all’amica Lou (Blachett), il suo braccio destro. Anche perché lei con gli uomini non è stata fortunata e deve alla codardia dell’ex amante Claude se è finita in galera. Avrà modo di pensare anche a lui in questo colpo grosso che sostituisce i casinò di Las Vegas di Ocean’s Eleven, con la cornice elegante, raffinata, iperpubblicizzata del Met Gala, la manifestazione di beneficenza che ogni anno si svolge nelle architetture del Metropolitan Museum.

Dallo sfarfallio lucente del gioco d’azzardo alla superficie stilizzata delle opere d’arte il passaggio al femminile c’è e si vede, coadiuvato da una squadra tutta in rosa, ricca di profili interessanti. C’è Tammy (Sarah Paulson) la madre e moglie che non vede l’ora di evadere dalle mansioni domestiche per gettarsi scrupolosamente nella sua “passione” per il furto. C’è la hacker di colore, creativa e anticonformista (Rihanna), la truffatrice asiatica che si muove con lo skate (Awkwafina) e l’impacciata stilista Rose (Helena Bonham Carter) che ha il compito di vestire l’attrice Daphne Kluger (Anne Hathaway) con una collana Cartier di 150 milioni di dollari in diamanti. Sono loro ovviamente l’obiettivo del furto, con i vari colpi di scena, le lisce geometrie dell’intreccio, ma soprattutto il fascino retrò di un cinema in cui emozione e stile sono praticamente un’unica forma.

Il gioco di Ocean’s Eight è quello di ricalcare in modo speculare il modello originario. Ecco che Bullock e Blanchet riflettono per numero di battute, charme e funzionalità drammaturgica il duo Clooney/Pitt, mentre Anne Hathaway è trasfigurazione narcisistica e autoironica della star hollywoodiana. Ma se Soderbergh era, inevitabilmente, il teorico/filmaker ideale per lavorare, a inizio XXI secolo, sulle strategie seriali e di remaking, Gary Ross è soprattutto un confezionatore attento alla scrittura e alle mutazioni sociali di oggi (variazione dei prototipi femminili, attenzione alla multimedialità e alla tecnologia come strumento narrativo). Sono suoi infatti il soggetto e la sceneggiatura, scritta a quattro mani con Olivia Milch, in cui guarda ampiamente a Stanley Donen e al William Wyler di Come rubare un milione di dollari e vivere felici. Ma c’è anche il piacere ludico e strategico di riappropriarsi di un immaginario prevalentemente maschile, per aggiungervi una qualità differente. Così quando Sandra Bullock, prima del colpo, parla alle sue complici e dice “ricordatevi che c’è una bambina che a otto anni è nel suo letto e sogna di diventare una criminale… facciamolo per lei!” ci scopriamo piacevolmente dentro la partita. Che è la stessa di sempre. Ma anche un po’ diversa.

Titolo originale: id.
Regia: Gary Ross
Interpreti: Sandra Bullock, Cate Blanchett, Anne Hathaway, Mindy Kaling, Sarah Paulson, Awkwafina, Rihanna, Helena Bonham Carter, Matt Damon, Dakota Fanning, Olivia Munn, Richard Armitage, Katie Holmes, James Corden, Kim Kardashian
Distribuzione: Warner
Durata: 110′
Origine: USA, 2018