Ogni tuo respiro, di Andy Serkis

Per Andy Serkis è, da sempre, tutto un girare intorno all’assenza e alla perdita. E in Breathe, dietro l’apparente immobilismo della confezione classica, soffia un desiderio di libertà e leggerezza

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Lo sappiamo da tempo che per Andy Serkis è tutto un girare intorno all’assenza, alla sostanza profondamente fragile dei corpi e delle immagini. Per l’attore che non c’è, il cinema è un gioco pericoloso intorno all’idea della scomparsa, alla perdita scritta nel destino stesso delle cose. È un’assurda metempsicosi, per cui immaginarsi già come qualcun altro, qualcos’altro, anime già trasmisgrate in un nuova pelle scintillante e in un nuovo corpo plasmato dalla “materia” effimera e ingannevole di un pixel digitale. In fondo, Andy Serkis parla con la morte da sempre. Anche – se non addirittura soprattutto – quando decide di apparire, di starci in carne e ossa, da ladro di cadaveri o da tanatologo. Accompagnare fin sulla soglia della morte, entrare furtivi nelle stanze oscure, rubare quel po’ che si può.

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Pensando a tutto ciò, si può immaginare che sia stato in qualche modo naturale per Serkis accostarsi alla storia, vera, di Robin Cavendish, tutta giocata sul confine labile tra la vita e la morte. La poliomielite contratta in Africa nel 1958, nel pieno della gioventù, fresco di matrimonio e con un figlio in arrivo, la paralisi inesorabile, un’esistenza aggrappata a una macchina per la respirazione e condannata all’ergastolo degli ospedali. Ovviamente, la tentazione di lasciarsi andare, di farla finita, contro l’accanimento terapeutico dei dottori indifferenti e oltre il legame degli affetti. Eppure Cavendish, “per amore”, decide di continuare. Non per sopravvivere nell’impotenza di uno stato vegetativo, ma per dimostrare la possibilità di vivere anche contro i limiti della disabilità. È il primo malato di polio a uscire dagli ospedali, a cercare la straordinaria avventura della normalità, a sperimentare, con il supporto inventivo del suo amico Teddy Hall, nuove apparecchiature che gli permettano di “muoversi”, viaggiare, di avere una vita ad ogni modo attiva. Fino a diventare il responauta più longevo, l’uomo che ha vissuto più a lungo attaccato a un respiratore artificiale: una specie di icona, di simbolo di tenacia e di speranza…

Breathe-1Andy Serkis è al suo primo lungometraggio “ufficiale” (il progetto Jungle Book è ancora in lavorazione), ma sa bene cosa raccontare. Anche perché il personaggio della sua storia non è solo il protagonista di un caso eccezionale. È il padre di Jonathan Cavendish, produttore cinematografico e socio di The Imaginarium Studios, lo studio specializzato in effetti digitali creato da Serkis. Siamo in famiglia, dunque. E seguiamo il filo dei ricordi… e perciò la storia va raccontata come una storia di famiglia, con la commozione che si mescola al sorriso, con la nostalgia e il dolore riscaldati dal ricordo delle cose condivise, con la retorica esemplare che si dissolve nella verità degli affetti. Non c’è davvero nulla di funereo e moroboso in Breathe, nonostante l’apparente pesantezza dell’argomento. Anzi, anche dietro l’apparente immobilismo della confezione classica, soffia un desiderio di libertà e di leggerezza. Che, nella luminosità diffusa della fotografia di Robert Richardson, corre verso la dimensione della favola, alla ricerca di una possibilità ulteriore, di una via di fuga oltre le costrizioni delle sedie a rotelle, dell’ordine asettico delle istituzioni e delle cliniche, il rigore formale delle procedure.

Ecco, forse Andrew Garfield, nonostante tutta la nostra adesione e simpatia, ha ancora qualche incertezza nel riempire la gamma delle possibilità emotive. E il film, in generale, può avere un aspetto antico nel suo aplomb british. Ma resta la netta sensazione di una metafora potente, come una specie di attaccamento al respiratore della macchina cinema, un sogno di leggerenza costruito sull’artificio, oltre il martirio del tempo. Andy Serkis che gioca ancora, tra sparizioni e apparizioni. E che, tra le righe, racconte che il gioco, a un certo punto, dovrà finire. La macchina dovrà essere staccata e il proiettore andrà spento. Però l’incantesimo c’è stato. L’immagine, in fondo, è sempre reale…

 

Titolo originale: Breathe

Regia: Andy Serkis

Interpreti: Andrew Garfield, Claire Foy, Hugh Bonneville, Ed Speleers, Tom Hollander, Diana Rigg

Distribuzione: BIM Distribuzione

Durata: 117’

Origine: Regno Unito, 2017

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