"Paisà" di Roberto Rossellini ad Arezzo

Roberto mi ha insegnato che il soggetto di un film è più importante dell'originalità dei titoli di testa, che una buona sceneggiatura deve stare in dodici pagine, che bisogna filmare i bambini con maggior rispetto di qualsiasi altra cosa, che la macchina da presa non ha più importanza di una forchetta e che bisogna potersi dire, prima di ogni ripresa: "O faccio questo film o crepo” (François Truffaut)

Paisà
è il secondo anello della trilogia della guerra di Roberto Rossellini iniziato con Roma città aperta (1945) e chiuso da Germania anno zero (1947) e rappresenta una delle vette del Neorealismo italiano. Girato con mezzi di fortuna, è certamente uno dei film più in linea con gli elementi riconoscibili del movimento: utilizzo di luoghi reali e non ricostruiti in studio e di attori non professionisti. In questo senso l’intento del cinema di Rossellini è di aderire al massimo alla ‘verità della rappresentazione’, a rendere sempre più frammentato il confine tra documentarismo e finzioni. Alcuni momenti infatti sembrano davvero non solo filmati, ma catturati, ‘rubati’ dalla macchina da presa sul momento come, per esempio, lo straordinario e tragico ultimo episodio sul delta del Po che mostra con un rigore e un’essenzialità estremi, le atrocità dei nazisti. Oppure le stesse riprese in apertura del film, con le esplosioni in mare, sembrano rimandare al documentarismo del cinema di Francesco De Robertis. Oltre a questo, nel cinema di Rossellini è sempre molto stretto il rapporto tra la materia della Storia la dimensione più intima, nascosta dei personaggi. La cronaca, gli eventi costituiscono sempre uno sfondo determinante all’interno del quale si svolgono sempre vicende private tra speranza e disillusione, come per esempio nelle vicende della ragazza costretta a prostituirsi nell’episodio romano e dell’infermiera inglese all’affannosa ricerca del capo dei partigiani in quello fiorentino, movimento quasi che anticipa quelle deambulazioni sentimentali, ‘tipicamente rosselliniane’ di Ingrid Bergman in film come, per esempio, Europa ’51 (1952) e Viaggio in Italia (1953). L’episodio nel convento nell’Appennino emiliano invece anticipa idealmente l’austera quotidianità di Francesco giullare di Dio (1950). Infine lo scugnizzo che si muove sotto una Napoli distrutta è simile al tredicenne Edmund di Germania anno zero, esempio di un cinema che si muove tra le macerie e porta sullo schermo quei tentativi di slanci individuali di sopravvivenza in mezzo al vuoto. Colpisce ancora oggi il montaggio serrato, sia nei passaggi tra un episodio all’altro, sia nello sviluppo drammatico dell’azione tale da non concedere nessuna pausa.
Il denominatore del film di tutti gli episodi è il rapporto tra i soldati alleati e gli italiani e si svolge tra lo sbarco nel luglio del 1943 e l’inverno del 1944. In originale il film doveva intitolarsi Sette americani e tra gli sceneggiatori del film, oltre a Sergio Amidei, c’erano anche Federico Fellini (anche aiuto-regista) e lo scrittore Vasco Pratolini per l’episodio “Firenze”. Al Festival di Venezia la pellicola aveva ricevuto una pallida accoglienza pur ricevendo la Coppa Anica. Tra gli altri riconoscimenti, Paisà ha ottenuto anche il Nastro d’Argento per la regia, la sceneggiatura e le musiche, il premio “New York Critics” per il miglior film straniero del 1948, il “National Board of Review” come miglior film e, nel 1950, la nomination all’Oscar per la miglior sceneggiatura.

Rassegna Visioni di Storia a cura di Cineforum2 e Sentieri Selvaggi, Arezzo, ore 21. Teatro della Bicchieraia