Peninsula, di Yeon Sang-ho

Lo zombie movie sequel di Train To Busan è troppo preoccupato del proprio formato da esportazione e finisce per avvicinarsi al modello americano rinnegando le radici del prototipo. #RomaFF15

Quando nel 2016 uscì Train To Busan venne considerato il rappresentante più autorevole della rilettura orientale dello zombie movie. Gran parte del successo del film è ascrivibile alla regia di Yeon Sang-ho che, con lungimiranza, ha abbracciato il linguaggio tipico del cinema orientale e l’ha fatto interagire ancora una volta con le coordinate del genere.

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L’idea alla base di Train To Busan, costringere lo zombie movie negli spazi angusti di un treno in corsa, è in effetti il concept vincente per raccontare un orrore legato al modo in cui la società coreana vede sé stessa, un approccio utilissimo per emanciparsi da modelli precedenti lavorando su un immaginario vicino alla propria sensibilità piuttosto che su un altro di sicuro successo ma al contempo stantio.

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A partire da queste premesse, il passo indietro compiuto da Sang-ho con Peninsula, l’atteso sequel di Train To Busan risulta difficilmente comprensibile, soprattutto perché il film non riesce a liberarsi dal sospetto di essere un progetto verso cui neanche il suo regista ha mai creduto fino in fondo.

Sang-ho sa che l’idea alla base del primo film non è replicabile e difatti Peninsula rifiuta ogni rapporto con il prequel salvo provenire dallo stesso universo narrativo, allontanandosi dalla claustrofobia di un treno per abbracciare il punto di vista a volo d’uccello della Corea del post Apocalisse.

A contatto con lo spazio aperto, tuttavia, Yeon Sang-ho viene colto da una sorta di agorafobia creativa. La sua idea di partenza non regge all’ambizione e il regista riconosce che il suo mondo narrativo non è fatto per essere un franchise.

La regia corre quindi ai ripari cercando dei punti di riferimento che sostengano il concept. Non è causale quindi che Peninsula  abbracci un immaginario diverso da quello coreano, più stabile e a suo modo sicuro. Alla costante ricerca di appigli, Yeon Sang-ho si muove tra The Walking Dead, ed Escape From New York, tra Fury Road e gli zombie di Snyder, reinserendo i riferimenti nel flusso senza rileggerli dal suo punto di vista.

Il risultato finale è un prodotto mai davvero coeso, che non riesce a sviluppare un’idea originale quanto quella su cui si reggeva il prequel, più preoccupato di essere esportabile e facilmente leggibile dagli spettatori. Peninsula ha per questo il passo del blockbuster americano, di cui però Yeon Sang-ho non padroneggia davvero le delicate dinamiche, puntando a creare una pellicola coinvolgente ma non chiedendosi mai quanto quel linguaggio sia adatto al film. Il registro orientale viene rinnegato e il rimpianto maggiore è riconoscere quanto i momenti più luminosi del film siano proprio quelli in cui quell’immaginario non può fare a meno di esondare nel tessuto narrativo, regalando allo spettatore parentesi splendide come il finale mélo, l’overacting preso dalla slapstick giapponese o certe sequenze action che guardano al cinema di Hong Kong.

Peninsula si rivela incapace di mediare tra l’approccio internazionale e la conservazione delle proprie radici creative, cadendo vittima delle insicurezze del suo regista e rimanendo bloccato in un modo di pensare il cinema vecchio di quindici anni.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.4

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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