Peppermint – L’angelo della vendetta, di Pierre Morel

Di che pasta è fatta la protagonista dell’ultima fatica, dopo The Gunman, di Pierre Morel, militante di prim’ordine della factory bessoniana, è chiaro già a partire dalla sequenza iniziale di Peppermint – L’angelo della vendetta. Da una macchina appartata e oscillante, in un parcheggio di Los Angeles, città dei sogni trasfigurata in una geografia urbana deterritorializzata, con Morel che sembra qui voler andare più a fondo nella riflessione lasciata tronca in Io vi troveròsull’irriconoscibilità dello scenario globale di bourniana evocatività, fuoriescono rumori ovattati che aprono all’ipotesi di un amplesso sui sedili posteriori della vettura. Salvo invece, una volta fatto entrare lo sguardo nell’abitacolo, dover fare i conti con la furia vendicatrice di Riley North, che in men che non si dica passa dalle mani alla pistola, senza dimenticare le potenzialità delle armi bianche, per la gioia di tutti coloro che avevano sognato il ritorno di Jennifer Garner ai fasti di Alias o di Elektra.
peppermintChat St. John, lo stesso di Attacco al potere 2, firma una sceneggiatura che, oltre a qualche colpo di scena che va perdendosi nella velocità imposta, ancora una volta con ritmo impeccabile, da Morel, non cerca, di certo, la strada dell’originalità. La storia di Riley è quella di una madre e moglie che imbraccia la strada della vendetta dopo essersi vista strappare tutto ciò che conta nella sua vita. Più che il rimasticamento di strade già tante volte percorse, che qui s’impantana, imperdonabilmente e con pericolosa noncuranza, nella questione razziale, l’immagine della famiglia bianca minacciata dall’orda latina di Peppermint sembra portarsi addosso l’eco della violenza discriminatoria della retorica trumpiana, a funzionare nel film di Morel è il tentativo di fare del corpo di Jennifer Garner il mezzo per aggiornare la struttura di Taken, attraverso la rivisitazione del meccanismo da revenge movie che anima Kill Bill, cavalcando la rivoluzione messa in atto da una lotta che ha scoperchiato l’urgenza di rivedere le definizioni e delimitazioni di genere. Il tutto continuando a portare avanti quel discorso, tanto caro a Morel, che da sempre punta il dito contro una società mercificata, dove è solo il denaro a comprare un posto nel mondo e dove la bilancia della giustizia pende unicamente dalla parte del miglior offerente.
jennifergarnerpeppermintCosì, pur senza il radicalismo del piglio politico di Captain Marvel e della sua monolitica eroina che, finalmente, non ha proprio nulla da dover dimostrare, tanto da mandare in frantumi la questione dei generi, Pierre Morel opera uno svuotamento di senso di ogni attributo che oggettiva il corpo di Jennifer Garner e lo classifica come femminile. Nel crescendo senza sosta delle esibizioni di ferocia di cui si nutre Peppermint, il personaggio di Riley North viene misurato esclusivamente sulla letalità di una presenza la cui unica ragione d’essere, che apre la sottotraccia dell’interrogativo morale, più volte sollevato dal cinema, sul ruolo sociale dei vigilantes, diventa la vendetta in nome della giustizia negata. Ma anziché, cercare di dare un colpo di spugna alla diversità dei generi, come ad esempio già auspicato da Soderbergh attraverso il corpo di Gina Carano, Morel mostra come la vera arma micidiale, da imbracciare tanto nelle soluzioni adottate per coreografare le scene d’azione, quanto e soprattutto nella lotta per operare lo scardinamento di un sistema poggiato unicamente dalla capacità di acquisto, sia il differenziale aperto proprio dall’immagine della donna.

Titolo originale: Peppermint
Regia: Pierre Morel
Interpreti: Jennifer Garner, Richard Cabral, John Gallagher Jr., Juan Pablo Raba, Annie Ilonzeh, John Ortiz, Method Man, Jeff Hephner, Erin Carufel, Pell James
Distribuzione: Universal Pictures e Lucky Red in associazione con 3 Marys Entertainment
Durata: 101’
Origine: USA, 2018