PERCHE’ SI – La vita di Adele, di Abdellatif Kechiche

Un tornado che arriva senza preavviso. Che travolge e ti porta via. Il cinema di Kechiche trova la perfetta sintesi tra l’essere muscolare e aereo, sprigiona un’energia tale che potrebbe sfondare ogni volta lo schermo in cui ci sono le due protagoniste perche dentro c’è troppo: passione, sesso, turbamento, slancio. Dopo La schivata il suo cinema non era stato più così trascinante, e il suo visibile talento in Cous Cous nascondeva forse quel sospetto di compiaciuto narcisismo in un’emozionalità sicuramento strabordante ma nella quale si sentiva l’eccessiva costruzione poi evidente nel deludente Venere nera.

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Qui in La vita di Adele, Palma d’Oro al 66° Festival di Cannes, stravolge di nuovo tutto. Alla base c’è l’adattamento della graphic novel Le bleu est une couleur chaude di Julie Maroh. Adèle, 15 anni, è un’adolescente che vive normalmente la sua adolescenza : la scuola, le amiche, un ragazzo. Un giorno incrocia per strada una ragazza dai capelli blu e da quel momento la sua vita non è più la stessa. Inizia a costruire delle fantasie erotiche su di lei, poi un giorno la conosce davvero in un locale. E sembra non poter più vivere senza di lei.

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C’è un’amore incontrollato che va da tutte le parti in La vita di Adele. Con la macchina da presa che sta addosso i corpi, dove ogni sguardo è desiderio incontrollato. Il blu del colore dei capelli di Emma si espandono nell’inquadratura, diventa idealmente il colore dominante di quello che la ragazza sta disegnando prima e dipingendo poi. E Léa Seydoux lascia vibrare tutte le emozioni del suo personaggio con un accenno di sorriso, un’occhiata che può apparire indagatrice ma poi si scioglie.

Adèle Exarchopoulos e Lea Seydoux in La vie d'Adèle di Abdellatif KechicheMa Kechiche entra particolarmente in simbiosi con la sua protagonista, Adèle Exarchopoulos (vista in ruoli secondari in Boxes di Jane Birkin e Vento di primavera di Rose Bosch). La pedina, le sta attaccata, la opprime (le compagne di classe, Emma stessa quando è tornata a casa dopo essere uscita con un collega), la libera, la cambia e trasforma nel corso del tempo. Basta vedere la camminata iniziale quando prende il bus di corsa per andare a scuola e quella finale. Sembra un’altra persona. Anzi un’altra attrice. Magia di un cinema dove quello che Kechiche sta filmando è già pura proiezione cinematografica, una specie di Antoine Doinel al femminile (non ci si sorprende se seguiremo ancora il suo percorso nei prossimi film del regista). Ma anche immagine di un dipinto (lei nuda con la sigaretta in bocca), corpo scultoreo assieme a quello di Emma senza nessun estetismo come Venere nera. Anzi, le scene di sesso sono senza respiro ed è qui che Kechiche trova quel miracoloso equilibrio tra ritmo ed emozione che ha sempre segnato il suo cinema ma che qui diventa magníficamente ossessivo. Così come entrano in campo tutte le magnifiche ossessioni artistiche: la pittura, la letteratura (Marivaux e Camus), il cinema (Adèle che cita Scorsese e Kubrick, lo sfondo di Louise Brooks sullo schermo per la festa) e soprattutto la passione per il cibo, già evidente nei dettagli delle bocche che mangiano, sulle tavole delle cene con i genitori e gli amici. Quasi una reincarnazione da Jean Eustache di La maman et la putain. Qui i quadri si animano, diventano gesti nervosi come le parole che hanno l’impatto di un contatto físico, i balli che sono un altro atto sessuale, i pianti che mettono tutto a nudo un cinema che non vuole difese, che si offre com una generosità che t’invade e non ti lascia più uscire.

Oltre questo caos del desiderio, ci sono poi momenti apparentemente più invisibili, in realtà di straordinaria purezza, con la protagonista che insegna a scrivere ai suoi bambini, che li abbraccia l’ultimo giorno prima della fine della scuola. Dove lo sguardo di Kechiche è così surriscaldato che lascia saltare tutti i tempi cinematografici, e anzi lascia sperare che quei dialoghi interminabili, eccessivi, troppo contagiosi, possano continuare all’infinito.

Il miracolo arriva al suo quinto film. Circa tre ora che volano come se nulla fosse. 

Titolo originale: La vie d’Adèle
Regia: Abdellatif Kechiche
Interpreti: Léa Seydoux, Adèle Exarchopoulos, Jeremie Laheurte, Catherine Salée, Aurelien Recoing
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Origine: Francia, Belgio, Spagna 2013
Distribuzione: Lucky Red
Durata: 179′

 

5 commenti

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    propaganda protofascista per un pubblico educato al candido singhiozzo borghese…

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    Come riuscire a rappresentare l'innamoramento, la passione, il dolore della perdita, il disagio di sentirsi fuori posto, la disillusione dell'ingresso nell'età adulta con un'intensità e un calore che lascia senza fiato. Adele siamo (stati) tutti noi, il fatto che si innamori di una donna è puramente secondario. Chi ha lodato l'orribile Mood Indigo dovrebbe andare a vedere questo film per capire come si raccontano le emozioni con una cinepresa, senza inutili trucchi da baraccone ogni 2 secondi.

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    Fosse durato cinque minuti di più mi sarei tagliato le vene

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    L'orribile Mood Indigo? Perchè per lodare qualcosa bisogna per forza denigrare, gratuitamente, qualcos'altro? Mood Indigo è un viaggio sognante dentro le sfere nascoste dell'immaginario, un mèlo dolcissimo e insicuro, come lo sono i rapporti tra le persone. E non c'entra nulla con il film di Kechiche, che di poetico e fantastico non ha proprio nulla, ma che sa bene come piegare ai suoi desideri di regista lo sguardo e le emozioni del pubblico. E tutti ci finiamo dentro, in una spirale più concettuale che emozionale, ma non ce ne rendiamo conto. E l'illusione del cinema trionfa.

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    A parte Venere Nera, Abdellatif Kechiche ha sempre fatto film ottimi. Mi é piaciuto molto anche il suo debutto La Faute à Voltaire. Ho Visto due volte La vita di Adele (anche in lingua originale decisamente migliore della versione doppiata) e lo considero tra i migliori di questo inizio XXI secolo. Sicuramente il piu bello di quest'anno insieme a All is lost. (Blancanieves, Beyond the hills, You and me Mea maxima culpa, e Like father like son seguono a ruota secondo me)