Pickpocket – Diario di un ladro, di Robert Bresson

Liberamente ispirato a Delitto e castigo di Dostoevskij, conduce verso una depurazione dell’animo del suo protagonista con un’asciuttezza espressiva invidiabile. Un film enorme. MUBI

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Io vorrei riuscire a vedere qualcos’altro sullo schermo che dei corpi in movimento, vorrei riuscire a rendere percepibile l’anima e questa presenza di un qualcosa di superiore che si trova sempre là, di quel qualcosa che è Dio.
Il cinema[tografo] di Robert Bresson “il diavolo probabilmente”
A cura del Circolo del Cinema “Angelo azzurro”, Castelfiorentino

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In una – pensiamo – ormai introvabile pubblicazione edita dal Circolo del Cinema “Angelo azzurro” di Castelfiorentino è possibile leggere due lunghe e belle interviste al maestro francese una, quella realizzata da François Weyergans poco prima che iniziassero le riprese di Au hasard Balthazar, che sarebbe diventato un film decisivo per la sua filmografia e forse uno degli apici della sua carriera di artista-regista e l’altra curata da Jean-Luc Godard e Jacques Doniol-Valcroze. Al di là del pregio delle due interviste, la prima soprattutto – nonostante l’altra abbia come tema principale proprio Pickpocket – ci permette di entrare nel mondo artistico del regista e di comprendere, meglio che in altre occasioni e da una prospettiva interna e personale prettamente creativa o almeno in funzione di una creatività perpetua, che il trascendente di cui parla Schrader a proposito di quel cinema non è frutto di una fantasia interpretativa, non è il risultato di una alchimia chimica di un appassionato costruttore di teoremi, ma un reale effetto voluto, ricercato e consolidato di un regista che non smette di affascinare per questa ricerca, che non smette di ricordarci il lato ascetico dell’espressione artistico-cinematografica e che non smette, infine, di appassionarci al suo cinema trasparente e semplicemente complesso, fatto di soluzioni inattese e sorprendenti, dagli invisibili movimenti di macchina alla ontologica differenza che separa quelle immagini da ogni rappresentazione teatrale, sottolineando la differenza semantica tra cinema e cinematografo. Quando gli si chiede perché parli di cinematografo e non di cinema Bresson risponde: Perché secondo me il cinema è il teatro fotografato e le sale dove sono proiettati i film. Il termine cinematografo è invece sinonimo di arte cinematografica.

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È sotto questi auspici e queste forme della complessa poetica del cineasta che va letto e interpretato Pickpocket. Diario di un ladro del 1959. Liberamente ispirato a Delitto e castigo, che insieme alla restante opera di Dostoevskij resta uno dei punti cardine della produzione artistica di Bresson, che con i suoi continui richiami a L’idiota o ad esempio al racconto La mite che gli ispirò Così bella, così dolce o, ancora, Quattro notti di un sognatore, ulteriore trasposizione di Le notti bianche, ha eletto lo scrittore russo a proprio mentore nell’esplorazione della coscienza dei suoi personaggi.
Michel fa il ladro e vive derubando in metropolitana o alle corse dei cavalli. Non è portato per il furto, ma intende affinare le sue tecniche. Ama la madre, ma anche quando è morente non entra in casa sua, nonostante le continue insistenze di Jeanne la ragazza che l’accudisce amorevolmente. Preso di mira dalla Polizia, Michel fuggirà da Parigi. Al suo ritorno alcune cose saranno cambiate.
In Pickpocket Bresson, annunciando sin da subito le sue intenzioni con una lunga didascalia che avverte che non si tratta di un film poliziesco, instrada il suo spettatore verso quella interpretazione del film che, complice un’asciuttezza espressiva invidiabile – appena 74 minuti di durata – conduce verso una depurazione dell’animo del suo protagonista e la condivisione di un comune dolore terreno – del tutto escluso dalla scena, ma costantemente visibile in filigrana – con l’altra protagonista del film, Jeanne, che inconsapevole diventa il fine ultimo del film, il segno di una seconda possibilità; una funzione così risolutiva quella del personaggio femminile, ma che al tempo stesso appartiene a quella invisibilità che segna il cinema dell’autore. Jeanne rappresenta il motivo che spinge Michel verso una possibile redenzione (“diventerò onesto”, le dice) e tutto sembra trovare ragione in quel sotterraneo e silenzioso richiamo che Michel sente nella presenza di Jeanne e che rende più pesante la sua colpa. È in questa veste che Jeanne diventa determinante nel finale percorso di purificazione di Michel.

In altre parole non è di Dio che stiamo parlando, ma di qualcosa di terreno che volge lo sguardo verso l’alto, di una unione di anime o spiriti, se si preferisce che non ha a che fare con la religione, ma ha a che fare con la spiritualità che non è ad esclusivo appannaggio dei concetti religiosi. Bresson non si riscopre laico, ma si riafferma spirituale. Il suo cinema è radicale spiritualità estranea ad ogni moda e attraversa il tempo intatto nella sua asciutta essenzialità, Pickpocket diventa viatico esistenziale e misura le relazioni con una intimità che si risolve nella coscienza critica del sé e con il mondo esteriore che si determina, di riflesso, come specchio di una colpa e spinta verso la redenzione. Temi che riguardano l’intera opera bressoniana che in questo incessante confronto con se stessi ha spesso prediletto la forma diaristica come tramite di ogni intima confessione. Già Diario di un curato di campagna costituisce una prova più che lampante di questa predilezione, in Pickpocket la formula narrativa viene ripetuta con altrettanta efficacia, accentuando i caratteri di un dialogo tutto interiore alla quale, naturalmente, la forma diaristica prelude, scandendo il sentito percorso di emendazione da quella sintesi dell’uso delle mani che da morbide e duttili per taccheggiare con abilità i portafogli, diventano l’emblema della punizione quando vengono strette ai polsi dalle manette che scattano per arrestare il ladro in flagranza di reato. Sono proprio le mani la manifestazione più evidente eppure – anche qui – più invisibile dell’essere. È in quelle immagini, che sanno farsi traslazione fedele del pensiero di Michel, che va ricercata l’eterea consistenza – ma così duratura nel tempo – del cinema di Bresson. Anche nel precedente Un condannato a morte è fuggito non solo le mani segnano l’incipit del film, ma diventano lo strumento che mette in atto il pensiero con le soluzioni per la fuga. D’altra parte era Godard che diceva che “l’uomo pensa con le mani, e il mestiere del regista/montatore lo conferma”. Bresson fa sua questa frase, nei fatti, nelle sue immagini ricorrenti dei suoi film, anche in quelli successivi, anticipando ogni altra teorizzazione.
Il cinema del regista francese, dunque, si sviluppa dentro coordinate formali precise che ad una antiteatralità naturale che esalta la natura del cinema e che si esprime nella accentuata fissità ricercata dei suoi protagonisti, in quell’austero disinteresse per i fatti se non per quelli che lavorano nell’oscura parte della coscienza. Il cinema di Robert Bresson propone una visione utopico-mistica che si rivela nella progressiva e laboriosa purificazione.
È l’eterno dualismo tra bene e male, tra colpa e redenzione, tra aspirazione ad una fede terrena verso un Dio di cui si dubita (“Ho creduto in Dio per tre minuti”, dirà Michel) e il male connaturato alla natura umana, che Bresson muove i suoi protagonisti nel suo cinema rigoroso che non si consuma con gli anni.

 

Titolo originale: Pickpocket
Regia: Robert Bresson
Interpreti: Martin LaSalle, Marika Green, Jean Pélégri, Dolly Scal, Pierre Leymarie, Pierre Étaix, Kassagi
Durata: 74′
Origine: Francia, 1959
Genere: drammatico

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
5
Sending
Il voto dei lettori
4 (1 voto)
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