“Rabbia in pugno” – Incontro con Stefano Calvagna e il cast

Dopo Multiplex, Stefano Calvagna torna al cinema con Rabbia in pugno, film indipendente del 2011 che è stato presentato alla stampa romana. Una storia d’azione, ricca di combattimenti, in cui un poliziotto campione di kick boxing si troverà costretto a vendicare la propria ragazza, vittima di un losco produttore cinematografico. All'incontro sono intervenuti il regista, lo sceneggiatore Giovanni Galletta e il cast.

 

Come nasce l’idea del film?


Stefano Calvagna: L’idea nasce proprio da Claudio Del Falco, che mi ha proposto la storia. Ho riadattato la sceneggiatura insieme a Giovanni Galletta ed è venuto fuori un film in cui avevo poca lucidità, visto che ero agli arresti domiciliari. Il film infatti è stato girato in grandi difficoltà, in una palestra di diciassettemila metri quadri. Molti attori, appena vedevano chi ero, se ne andavano. Ho dovuto chiamare quelli della troupe, che poi ho fatto doppiare perché non erano professionisti. Però alla fine siamo riusciti a realizzare un’opera drammatica e sarcastica, con scene di combattimento corpo a corpo e con la spada, ed era da tanto che non si vedevano nel cinema italiano.

Giovanni Galletta: Ho cercato di entrare in quello che voleva raccontare Stefano. Mi sono divertito a fare e scoprire dei lati del carattere che non ho mai raccontato, violenza e ironia. La prima versione della sceneggiatura era mia, poi Stefano ha rivisto delle cose. Vedendo il film mi sono reso conto di averlo influenzato per quanto riguarda la costruzione di certi momenti introspettivi.

 

Qual è stato il rapporto con il tuo personaggio e con il regista?

Claudio Del Falco: Innanzitutto volevo ringraziare Stefano che ha dedicato il film a mia madre, Olimpia Cavalli, che è stata un'attrice che ha lavorato spesso con Totò. Con questo ruolo ho ripreso le mie due passioni: quella di attore e di sportivo. Per la preparazione fisica e le scene di combattimento ho seguito gli insegnamenti del maestro Moroni, che conosco da molto tempo. Stefano mi ha aiutato a controllare la mia spontaneità, che a volte emergeva troppo sullo schermo. 
 

Gaia Zucchi: Il film mi è piaciuto da morire. L’ho trovato molto poetico nonostante i combattimenti. Lavorare con Stefano è divertentissimo, ti lascia a tuo agio e ti dà molta libertà. Ama l’attore e questo mi fa sentire capita e protetta. Il mio ruolo poi è bellissimo, di una ragazza vendicata dal proprio compagno che si fa giustizia da solo. La scena con Mattioli è stata difficile, perché sembrava reale anche se è stata girata delicatamente.

Cristiana Esposito: Il film mi è piaciuto molto perché è un po’ come la vita, c’è drammaticità, combattimento, si ride, si piange. È stato bello interpretare il mio personaggio, quello di una poliziotta. Avrei voluto fare più azione, però Elena è una donna forte di carattere, ha le sue emozioni e cerca di aiutare Valerio e la sorella. Stefano è in grado di portare la verità sullo schermo, senza troppe impostazioni, e quando ci siamo incontrati la prima volta mi ha subito messa a mio agio.

Valeria Mei: Ho vissuto quest’esperienza in maniera molto divertente nonostante le difficoltà sia di budget sia per le restrizioni di Stefano. Infatti quando ho visto il film sono rimasta basita che fosse stato girato con pochi mezzi.

Alberto Tordi: È stato come lavorare su due personaggi, perché interpreto un poliziotto ligio al dovere che allo stesso tempo aiuta il boss Mattioli.

 

 

Com’è stato rappresentare una Roma popolare?

Stefano Calvagna: Si tratta di una Roma che non viene più rappresentata. Ho cercato di raccontare la mia infanzia, perché sono nato a Capannelle e anche il film è ambientato nella parte più a sud di Roma. Pasolini e Caligari sono due registi che hanno fatto tanto per valorizzare quella che nemmeno era la loro città natale. Oggi, invece, nei film si vede spesso la Roma patinata delle feste o da copertina di giornale.

 

Com’è nato il personaggio di Andrea?
Stefano Calvagna: Il personaggio di Andrea non era nella prima stesura della sceneggiatura. Miki Cadeddu voleva lavorare con me, e con tanta gente che scappava ho pensato di creare questo personaggio onirico, particolare. Era giusto inserirlo per ricordare che a volte le persone care, anche se non ci sono più, in qualche modo ci restano accanto.