Raised by Wolves, di Ridley Scott e Aaron Guzikowski

Raised by Wolves, prodotta da Ridley Scott per HBO, è una serie fantascientifica che racconta con la colonizzazione di un paese vergine, la millenaria battaglia per l’esistenza ed il potere

Nella mitologia greca Lamia era una donna bellissima, regina della Libia, dotata del potere di togliere gli occhi dalle orbite. Sedotta da Zeus e punita da Era per gelosia con l’uccisione di tutti i suoi bambini, ed un unico superstite, Scilla, comincio a divorare i bambini delle altre madri. La figura prende origine nell’archetipo delle divinità notturne, capaci di volare, circondate dal mistero e temute per la loro magia e la loro ferocia, diventa spunto narrativo per musicisti, poeti e registi, ad esempio il Sam Raimi di Drag me to hell, e non ultimo di fumetti come Dylan Dog e Dampyr dove appare in versione vampira.
Raised by wolves prodotta da Ridley Scott, anche regista dei primi due episodi, e scritta principalmente da Aaron Guzikowski, è una serie fantascientifica con dei riferimenti espliciti all’immaginario classico. La protagonista della serie infatti è Madre/Lamia (la straordinaria Amanda Collin), un androide da guerra potentissima chiamata Negromante, rifugiata su Keplero-22b insieme ad un altro androide, Padre, per fondare una nuova civiltà atea da alcuni embrioni umani trasportati sul pianeta. Dodici anni dopo un solo bambino è sopravvissuto, Campion, ed il progetto di colonizzazione sembra naufragare, fino alla scoperta di non essere i soli ad aver trovato ospitalità su Keplero. Gli invasori sono un gruppo seguace di Mitra (dio dell’amicizia e dell’alleanza, storicamente venerato in Oriente e poi anche a Roma ed in Grecia) e loro acerrimi nemici terrestri, fanatici religiosi dediti alla preghiera ed all’obbedienza ad un capo. Dopo l’attacco della Madre alla nave vascello, cinque bambini superstiti verranno portati nella colonia, mentre tra gli altri sopravvissuti della setta comincia a serpeggiare il malcontento, soprattutto per la presenza di due intrusi sotto mentite spoglie. Senza dimenticare gli autoctoni e gli spiriti vaganti in cerca di requie.

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La poetica scottiana derivata da Prometheus è evidente, l’incessante interrogarsi sul senso delle cose e del mondo, il miracolo della creazione, il bisogno di una religione, la violenza lascito ancestrale per restare in vita, i robot antagonisti degli esseri umani ed una genia aliena pronta a nascere. Le tematiche trovano respiro nella atmosfere solo all’apparenza immacolate, per localizzare la contaminazione in atto, e l’illusione di un vuoto da riempire viene polverizzata dopo la scoperta di qualcosa di estraneo e pericoloso, un virus, una presenza, fantasmi, scorie. Altro elemento ritornante è il parto, dunque inevitabile pensare alla scena cult di Noomi Rapace in Alien: Covenant, qui però cambiano il contesto della gravidanza ed i modi di rappresentazione, medesimi il dolore e la sorpresa della nascita. La genesi resta il nodo centrale, l’unica domanda lecita e l’unica risposta possibile alla rovina incombente, concepita nell’assunto di nuovi principi, alla ricerca di un’etica da rifondare, evitando gli sbagli commessi in passato. Il conto per gli umani è abbastanza impietoso, intrappolati nella loro finitudine psicosomatica, pronti a sviluppare ambizioni divine per sostenere la propria illusione di successo, provvisti di una morale comoda per ogni evenienza, persi dentro sfumature adatte a giustificare qualsiasi atto, e ad innalzare un altare all’eroe di turno. Eppure così sinceri a volte, dotati di sentimenti così nobili. Siete capaci di sogni bellissimi e di incubi così orribili diceva David Morse ad Ellie Arroway/Jodie Foster che lo osservava sbalordita in Contact di Zemeckis dopo un viaggio interstellare.

Il lato opposto, più vicino all’empireo, è quello occupato da macchine perfette, emanazione psichica immortale, loro sì vicine al cielo dell’Olimpo, programmate in maniera scrupolosa (ottusa?), almeno inizialmente private di scatti emotivi insensati. In mezzo c’è lo sguardo dei ragazzi, la delicata sensibilità infantile ed adolescenziale pronta a prendere posizione solo ascoltando il cuore, pronta a commettere sbagli ma sempre in buonafede. Una prima base critica cresce da questo scontro, infetta le convinzioni dell’uno e dell’altro campo, quasi volesse capovolgere le condizioni di partenza e seminare dubbio, provocando la pazzia, nel protendere la mani al cielo o lasciando cadere le difese nell’inseguire una passione mai provata.

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La scenografia è costruita adottando criteri abbastanza minimali sia nella riproduzione di una colonia, sia nel mostrare il relitto di un’astronave, un clima decadente, postatomico, i costumi essenziali e tracciati sopra un preciso simbolismo, sia per la linea semplice e pura dei vestiti degli umanoidi che per le uniformi dei seguaci di Sol. Negli effetti, innanzitutto sonori, trova  dei margini straordinari di riuscita, un filo musicale pieno di suspense e tensione. La scrittura segue un percorso solido classico tra desideri di maternità e lotta per la leadership, per concedersi delle diramazioni visionarie in una cupa voce fuori campo, nei ricordi incapsulati nella memoria con un rimbalzo nel tempo, fra gli universi paralleli di un simulatore, tra onde elettroniche e computer ormai parte dello scheletro. Nel frastuono della battaglia, nel fremito concitato di un amore, c’è la lotta eterna, il dilemma esistenziale e sulle cose, una domanda rinnovata dei secoli e destinata ad oscillare nel tempo ancora, ed ancora, ed ancora.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
4 (1 voto)
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